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Campioni internazionali

Nadal dodici bellezze, a due Slam da Federer

Lo spagnolo ha trionfato al Roland Garros per la dodicesima volta. Ha ricevuto il trofeo da Rod Laver, che nel 1969 vincendo a Parigi si avviava a completare il Grande Slam. Raggiunge così i 18 major in carriera. "Il trofeo vale tanto, ma sono ancora più contento di come ho cambiato approccio dopo il torneo di Barcellona"

di Alessandro Mastroluca | 09 giugno 2019

Zinedine Zidane. Stefan Edberg. Guga Kuerten. Bjorn Borg. Nicola Pietrangeli. Jim Courier. Mats Wilander. Usain Bolt. Di nuovo Borg. Roy Emerson. Ken Rosewall. Rod Laver. Che cosa hanno in comune? Hanno presentato la Coppa dei Moschettieri a Rafa Nadal, l'unico uomo capace di vincere dodici volte uno stesso Slam.

A 33 anni e 6 giorni, è il terzo più anziano vincitore del Roland Garros dopo Andres Gimeno nel 1972 e lo stesso Rosewall nel 1968. è il nono più anziano vincitore di Slam nell'era Open, il quarto a vincere quattro major dopo i trent'anni. Stavolta ha ricevuto il trofeo da Laver, che nel 1969 vincendo qui arrivava a metà del suo secondo Grande Slam. 

Dominic Thiem ha cullato per due set un desiderio di rivincita dopo la finale dell'anno scorso. Ci ha messo atletismo, energia, muscoli. Ha provato a giocare più avanti, non ha creduto abbastanza nella necessità di moltiplicare i piani di gioco. E ha scoperto un Nadal versione Hattori Hanzo, il maestro samurai di Kill Bill. “La vendetta è una foresta, e in una foresta è facile smarrirsi” gli fa dire Quentin Tarantino. Il suo è un insegnamento semplice. “Per chi è considerato guerriero, durante il combattimento l'annientamento del nemico deve essere l'unica preoccupazione. Reprimete qualsiasi emozione o compassione. Uccidete chiunque vi ostacoli, ancorché fosse Dio, o Buddha in persona. Questo è il cuore dell'arte del combattimento”.

 

"Ricevere il trofeo da Rod Laver è un grande onore" ha detto Nadal. "Avere le grandi leggende del nostro sport ai tornei rende il tennis ancora più grande ed è un bene per tutti. E' decisamente uno dei più grandi di tutti i tempi".

Non è stato facile, ha aggiunto, arrivare a questo risultato dopo i problemi degli ultimi mesi. "Avevo perso energie, soprattutto dal punto di vista mentale, dopo Indian Wells" ha spiegato. "Si sono succedute un po' di cose tutte insieme. Onestamente dopo Montecarlo e all'inizio del torneo di Barcellona avevo detto un paio di volte di sentirmi giù. Non mi stavo divertendo, ero troppo negativo, preoccupato della mia salute. Dopo il primo turno a Barcellona sono riuscito a rimanere solo un paio d'ore in camera. Ho pemsato e ripensato a quello che mi stava capitando. Avrei potuto fermarmi per un po', oppure avrei potuto cambiare drasticamente il mio atteggiamento per affrontare le successive due settimane. Ho continuato a lottare per produrre piccoli cambiamenti. Dopo la partita con Mayer a Barcellona le cose sono andate meglio ogni giorno. Fare piccoli passi ogni giorno, con il giusto approccio, con la stessa passione: è l'unico modo per me per essere dove sono adesso. Questo trofeo significa tanto per me, ma sono ancor più contento di questo cambiamento di dinamica"

Un'arte che Rafa Nadal conosce evidentemente meglio di tutti sul rosso. Ha esteso il suo regno su Parigi, quel regno su cui il sole è tramontato solo per tre stagioni (2009, 2015, 2016), ha completato la 93ma vittoria in 95 partite. Adesso corre meno, ha prima del torneo, ma non ha perso intensità mentale. Corre meno in orizzontale, attacca di più la rete, e questo ha spostato la direttrice di sviluppo di una finale che per due set si è giocata su una sfiancante successione di scambi medio-lunghi da dietro.

 

“Si tratta di esplorare quel che può permettergli di migliorarsi ancora” ha detto Carlos Moya all'Equipe. Essere più aggressivo, provare un nuovo movimento di servizio, anche se non mantenuto sulla terra battuta, fa parte di questo processo. “Per avere una carriera più lunga e restare competitivo, Rafa deve accorciare i punti, deve coprire meno campo” ha aggiunto Moya. “Certo non è facile cambiare un modo di giocare che ti ha dato così tanti successi in passato. Fortunatamente, Rafa era entusiasta di provare questa nuova strada”.

Thiem, che avrebbe dovuto “fare qualcosa di straordinario” come ha ammesso Jim Courier al sito dell'ATP, ha tenuto finché la partita si è sviluppata su pattern familiari. Ha risposto profondo, cercato di avvicinarsi al centro in pochi colpi, di girare intorno al rovescio anche se Nadal gli ha offerto poche occasioni di colpire col dritto anomalo in spinta. “Thiem dovrebbe entrare negli schemi di Rafa, replicare quello che Djokovic fa benissimo contro di lui” diceva Courier. “Quindi stare nell'angolo del rovescio, prendere la palla mentre sale, andare forte in diagonale, mandare Nadal fuori dal campo e poi attaccare da lì col dritto”. Facile a dirsi, evidentemente meno a farsi. Soprattutto per un tempo lungo, dopo una semifinale su due giorni. Soprattutto se non ti senti abbastanza sicuro da uscire dalla tua zona di sicurezza per fare quello che può dar più fastidio al tuo avversario, anche a costo magari di sbagliare un po' di più.

 

Thiem avrebbe dovuto fare qualcosa di straordinario

Per tutto il torneo, e in maniera evidente negli ultimi due set della finale, Nadal si è concentrato nella chiusura rapida degli scambi, come dimostrano i 23 punti in 27 discese a rete. Perso il secondo parziale, è andato in bagno, e dal suo rientro in campo non c'è più stata partita. "Dovevo andare in bagno" ha detto. "Volevo anche pensare, schiarirmi le idee, e tornare in campo con il giusto approccio mentale per prendere il controllo della partita, come sentivo di non avere ancora fatto fino a quel momento. Lui aveva servito bene, colpiva  forte. Contro Dominic poi è sempre difficile rispondere quando è nella posizione per attaccare. Ho analizzato le cose, ho capito che avrei dovuto risolvere questo problema. Per il resto stavo giocando bene. Non dovevo dargli alcun vantaggio quando serviva bene".

Ha evoluto il suo gioco in relazione al fisico e alla direzione in cui viaggia il tennis. Fa quel che serve per vincere. È questo che rende campioni. Thiem non ha tradotto del tutto l'intenzione di applicare il piano che aveva funzionato un mese e mezzo fa contro Nadal a Barcellona. Perché è diverso il contesto, perché è diverso il rimbalzo, perché al meglio dei cinque set è un'altra storia, perché l'immensità dello Chatrier appesantisce l'orizzonte come una finestra di simboli in cui perdersi. Henri Leconte dopo la semifinale contro Djokovic l'ha visto, come ha raccontato all'Equipe, energico sì ma non euforico. In finale, l'austriaco ha cercato ancora di fare al meglio il suo gioco, di ancorarsi alle certezze. Ma di fronte al cambio di paradigma non funziona, non abbastanza per invertire la storia della finale.

 

L'ha seguita con partecipazione Carlos Moya, cappellino scuro, occhiali da sole, barba lunga. Amico, esempio, di Rafa da sempre, gliel'aveva preannunciato che il Roland Garros gli sarebbe piaciuto, prima del suo esordio a Parigi il 23 maggio del 2005. Iniziò tutto contro il tedesco Lars Burgsmuller, 29 anni, allora numero 96 del mondo. Nadal vinse in tre set senza concedere palle break anche se non si disse per nulla contento del suo gioco. Ci aveva visto “troppe esitazioni, troppe approssimazioni”. Avrebbe vinto il suo primo titolo sei partite più in là, ma il perfezionisimo comporta inevitabili effetti collaterali nelle valutazioni.

 

Sembra profetica, però, a leggerla oggi, la sua prima intervista a caldo dopo quella prima vittoria a Parigi. “Sei stanco dopo una stagione così di successo sulla terra rossa?” gli chiese Nelson Monfort. “Stanco? Io? Non so...” rispose Nadal. Avrà ancora la stessa espressione sorpresa di allora, quando gli parleranno ancora di stanchezza dopo tutto questo tempo. Dopo la dodicesima dimostrazione a Parigi di quanto il tennis per lui conti. Di quanto l'uomo venga prima del campione, ma non oscuri il campione. Così il re è rimasto re. E il principe è rimasto principe.