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Campioni internazionali

Thiem il maratoneta, in finale con Nadal

L'austriaco supera Novak Djokovic nell'interminabile semifinale del Roland Garros durata oltre quattro ore spalmate in due giorni. E' la sua prima vittoria su un numero 1 del mondo in uno Slam, la settima al quinto set in carriera. Sfiderà ancora lo spagnolo per il titolo, come l'anno scorso.

di Alessandro Mastroluca | 08 giugno 2019

Cinque set, quattro tempi, tre match point, due giorni, un vincitore. Dominic Thiem, più forte di tutto, che chiude 62 36 75 57 75 una semifinale dal gusto teatrale contro Novak Djokovic. Iniziata ieri in una Parigi buia come un finale da “Giardino dei ciliegi”, sospesa e ripresa in un mistero buffo che ad ogni certezza ha contrapposto un cambio di tono, una spiazzante inversione di paradigma.

 

Primo austriaco con più di una finale Slam, quarto per semifinali consecutive al Roland Garros, quattro, come Bjorn Borg (1978-81), Mats Wilander (1982-85), Ivan Lendl (1984-87), Jim Courier (1991-94), Juan Carlos Ferrero (2000-03), Rafael Nadal (2005-08) e Andy Murray (2014-17), Thiem firma il terzo successo contro un numero 1 del mondo, la prima in uno Slam.

 

Mai era stato spinto al quinto set al Roland Garros, Thiem, che festeggia il settimo successo alla distanza in carriera. Adatta il multiforme ingegno fino a completare la 128ma vittoria su terra battuta sulle sue 248 complessive, ma all'orizzonte ha ancora un'altra sfida. La più dura anche senza le quattro ore di gioco spalmate in due giorni. C'è Rafa Nadal, come nella finale dell'anno scorso. Il miglior giocatore di sempre su terra battuta e l'erede designato. Esserci, per l'austriaco, è già un successo. Fare meglio dell'anno scorso certificherebbe il numero 4 del mondo come il più autorevole candidato a dominare sul rosso dopo l'era Nadal.

 

Thiem chiude con tredici vincenti in più, 49 a 36, e nove gratuiti in più, 58 a 49. Fa più punti con la prima e con la seconda, è soprattutto più efficace del serbo quando serve esterno da sinistra: vince due punti su tre. E contro il rovescio di Djokovic, non è certo un fattore da poco.

Aveva vinto le ultime 26 partite in uno Slam, Djokovic, e le ultime 11 semifinali in un major. “La prospettiva di fare la storia è ancor più forte adesso nella mia carriera” aveva detto, “e più vado avanti più si farà forte. È una delle mie motivazioni più forti. Non c'è modo migliore per fare la storia che vincere gli Slam, dare il meglio quando conta di più, e rimanere numero 1 al mondo il più a lungo possibile”.

 

Giocano entrambi sul punto forte dell'avversario. Thiem, che raramente tenta il rovescio lungolinea in topspin, stecca i primi due colpi alla ripresa del gioco. Djokovic recupera il break di svantaggio maturato prima della sospensione di ieri. Non fa la differenza nello scambio di ritmo da fondo. La ricerca della risposta incisiva non accelera gli scambi. Thiem tiene, gli impedisce di prendere campo da sinistra col rovescio in back e prende più sicurezza con la palla corta, particolarmente in lungolinea.

 

Tuttavia, i binari differenti del match tolgono un po' di sicurezza nell'austriaco, che concede palle break in tutti i primi tre turni di battuta del secondo tempo della semifinale. La minore sicurezza si vede sul punto che tiene in piedi l'ottavo game, uno di quelli che per suoi demeriti deve vincere tre o quattro volte: tardivo e centrale l'approccio di dritto, steccato lo smash, poi drop timoroso corretto dal nastro. Ma il tema della partita rispetto a ieri cambia. Thiem varia direzioni e tagli al servizio da sinistra, si adatta ma non rivoluziona il piano di gioco. Sente che i fondamenti della strategia funzionano, e su quelli lavora. Djokovic, frustrato per aver mancato due chances che l'avrebbero portato a servire per il set sul 5-4, si muove su un territorio più instabile. È certo dei suoi appoggi solidi, ma non fa la differenza con sufficiente frequenza con i colpi di inizio gioco (servizio, risposta e dritto o rovescio successivo). Thiem, che si concede più tempo in risposta aspettando la prima del numero 1 del mondo molto lontano dal campo, induce per reazione una maggiore frettolosità negli schemi di Djokovic. I tre serve and volley sui quattro set point nel terzo raccontano l'impazienza del serbo, che molto desidera e poco afferra. Thiem, che aspetta di più la palla e genera forza a salire, affronta meglio gli snodi decisivi del set. Esulta Massu, energico come se l'avesse giocato lui il passante che evita il tiebreak e porta Thiem avanti due set a uno.

 

“Dal mio angolo, mi arriva una grande energia durante le partite” spiegava l'austriaco. “Anche in allenamento le cose stanno andando benissimo. È importante mantenere un mood positivo. Con loro mi diverto molto, e quando sei insieme per tante settimane conta molto. Poi quando c'è da lavorare, lo facciamo con la massima intensità e con grande impegno. È perfetto”.

 

Djokovic non incide col rovescio, col dritto da dietro non avverte la solidità del suo gioco, così venire avanti diventa una scelta di reazione. Spesso prende la rete quando serve da sinistra, anche controvento. Thiem sembra avere più energie da spendere nello scambio da fondo, ma non riesce a mettere le mani sulla partita. Perde continuità, e due volte di fila il servizio in avvio di quarto set. Djokovic continua a cambiare ritmo, a sfuggire a un'interpretazione lineare della partita. Sguscia, azzarda, sposta le linee guida del match mentre l'austriaco inizia a parlarsi un po' addosso. Il serbo aspetta l'occasione giusta, e il terzo doppio fallo di Thiem di fatto decide il break del 6-5 e il quarto set.

 

Djokovic, che nella porzione di match giocata venerdì rispondeva sistematicamente al centro e senza grandi risultati in termini di punti vinti, guadagna più campo, colpisce più vicino alle righe laterali, carica di più contro il dritto di Thiem. L'inversione di punteggio è il risultato di questa diversa efficienza con la risposta, con cui Djokovic comanda lo scambio come altri riescono a fare solo col servizio.

 

Nemmeno così, però, riesce a dare del tutto l'impressione di avere in mano la partita. Sfida l'austriaco sul piano del tocco, tra controsmorzate strettissime, pallonetti e mosse a sorpresa. Thiem però vede, regge e rilancia.

 

Intanto, sul 4-1 al quinto, si aprono gli ombrelli sullo Chatrier. Scende la pioggia, ma si gioca per qualche altro punto. Sul 40 pari, però, si copre il campo. Il terzo tempo di una partita infinita aristotelica camuffa ancora le intenzioni, confonde le intuizioni, altera le situazioni. Thiem accetta che si giochi ancora su un altro piano, che quanto appreso prima in due giorni e quasi quattro ore di partita non vale quasi niente.

 

C'è più luce e meno vento, Djokovic si illude di una maggiore fiducia, di un maggiore controllo da fondo. Poi però si scopre l'ultimo velo, quattro errori gratuiti di fila mandano Thiem a servire per il match. Ma la difficoltà degli ultimi punti, con l'obiettivo vicino, trasforma il tempo per pensare nel peggior avversario dell'austriaco, a un punto dalla finale ma costretto ad azzerare, a ricominciare, di nuovo. Fino alla terza occasione, fino all'esplosione di una gioia a lungo trattenuta. Al pensiero della prova per eccellenza su terra battuta. Affrontare Nadal per alzare la Coppa dei Moschettieri.