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Campioni internazionali

La storia del tennis aussie passa da...Barty

Come riscrivere la storia del tennis australiano, partendo da Laver e dalla terra di Parigi…

di Vincenzo Martucci | 08 giugno 2019

Ashleigh Barthy si stropiccia gli occhi incredula: contro l’ultima bambina-prodigio Amanda Anisimova, ha perso il primo set da 5-0 e due set point del 6-0, ed ha vinto il secondo da 0-3, tre anni fa era riapparsa nel tennis come numero 623 della classifica Wta dopo la parentesi di due anni nel cricket per le troppe delusioni da singolarista, e invece lunedì salirà dall’8 alle “top 5”, al numero 3 che potrebbe essere anche 2 del mondo, vincendo il torneo. Che poi sarebbe appena il quinto della carriera, dopo Kuala Lumpur 2017, Nottingham e Zhuhai 2018, e Miami 2019. Con quel braccio d’oro, la varietà, il rovescio a una mano, il servizio, lo slice e la capacità di leggere la partita in uno scenario di attrici molto meccaniche e monocordi, era possibile che diventasse presto protagonista, a dispetto della modesta statura (1.66). Nell’attuale vuoto di potere al vertice, poteva anche aspirare a uno Slam, ma era più probabile sull’erba, magari sul cemento, pochi avrebbero previsto che si sarebbe fatta un nome sulla terra rossa.

Ashleigh dopo Sam

Anche per via del passato non certamente eclatante delle donne australiana sulla tradizionale superficie europea. Malgrado un’australiana in finale al Roland Garros ci sia già stata solo pochi anni fa, nel 2010, quando Sam Stosur si vide infrangere i sogni di gloria dalla nostra Francesca Schiavone. Mentre, per trovare una regina sul trono dello Slam di Francia, bisogna andare molto più indietro nel tempo, addirittura al 1973 con Margaret Court. Per non parlare degli uomini: l’ultima bandiera australiana nell’albo d’oro è datata 1969, con la finale tutta aussie, fra Rod Laver e Ken Rosewall.

Un anniversario importante

A proposito di “Rocket”, in questi giorni ha festeggiato a Parigi il 40mo anniversario del suo secondo Grande Slam, cioé della vittoria, nello stesso anno, dei quattro tornei più importanti (dopo quello del 1962). L’ottantenne mancino, cui è stato intitolato il centrale degli Australian Open a Melbourne e anche la nuova gara a squadre per nazioni sulla falsariga della Ryder Cup di golf, ha parlato del suo rapporto con la terra rossa europea. Ha raccontato che la sua prima volta al Roland Garros fu nel 1956, a 17 anni, e che gestiva i rimbalzi tradizionalmente più alti della superficie picchiando, erroneamente, la palla più non posso. Col risultato che tirava sempre fuori. Affrontò la situazione come una nuova avventura: “Ci giocai per tre anni di fila, sei tornei l’anno, finché non capii come prenderla”. E, chiamato ad esprimersi sulle imprese della connazionale Barthy, ne ha tessuto le lodi, con grande enfasi. “Un paio d’anni fa era solo una buona doppista che giocava qualche interessante singolare, poi le è scattato qualcosa dentro. Ho sentito che ha vinto Miami chiudendo la finale con tre ace e lei è 5 piedi e quanto? Perciò, ho pensato a un errore di stampa. Come c’è riuscita? Penso che è molto migliorata, ma soprattutto è in fiducia. Succede alla maggior parte dei giocatori di livello più basso che arrivano a lottare coi più forti: credendo tanto in se stessi salgono anche molto di livello”.

"Il problema posso essere solo io"

Lei, Ash, fiera rappresentante aborigena (per parte di papà), come il suo idolo Evonne Goolagong (ex numero 1 del mondo e campionessa di 7 Slam di singolare e 6 di doppio), sventola lo scalpo di Anisimova, stra-felice: “Sono molto contenta di come ho gestito la situazione in quelle condizioni così brutali di vento e freddo e pioggia nell’aria, e dopo aver buttato via il primo set: ho lottato, sono stata lì e ho trovato la via per vincere, alternando un tennis molto bello a un tennis orrendo, a tratti non riuscivo a tener dentro la palla in lunghezza e lasciavo entrare in campo la mia avversaria”. Dopo l’esplosione da junior, col titolo di Wimbledon ad appena 15 anni, non era riuscita a confermarsi da pro. Oggi, a 23 anni, alla vigilia dell’inattesa finale al Roland Garros contro l’ancora più attesa Marketa Vondrousova, è convinta di aver trovato la chiave giusta: “Devo assolutamente divertirmi e giocare libera, solo così posso esprimere il mio tennis”.
Sorride come non mai, Ash, forte di due armi in più. L’ex compagna di doppio di Barthy, l’altra australiana Casey Dellacqua, era mancina: “Aveva caratteristiche diverse da Marketa, ma so bene come serve una così e come mi arriva la sua palla”. Eppoi ha già battuto due volte la 19enne rivelazione ceca. E conosce se stessa: “Il problema non è mai la superficie, il problema posso diventare io stessa”. Intanto, accanto a coach Craig Tyzer, è comparso anche l’ex pro australiano Jason Stoltenberg. E il mitico Pat Cash l’ha sostenuta per tutta la semifinale dalla tribuna giocatori.
Aussie, aussie, aussie.