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Campioni internazionali

Khachanov farà scacco matto?

Da Parigi a Parigi: Khachanov, contro Thiem, avrà il pubblico alleato. Nel nome di… Veronika!

di Vincenzo Martucci | 06 giugno 2019

Dopo il principino Sascha, c’è lui, Karen, il russo doc, a portare avanti la bandiera dei Next Gen nei quarti del Roland Garros. Coi suoi 23 anni che contrastano col barbone folto e scuro e la moglie bambina, peraltro in dolce attesa. Lo chiamano “Djan“, “amico mio”, in armeno, dalla lingua di mamma e papà, che giocava a pallavolo con discreto successo, prima di dedicarsi ala, medicina. E’ alto e magro, e ha il pugno da ko come l’idolo Juan Martin del Potro che ha appena giustiziato a Parigi, com’è scritto nella legge della vita.Dopo il battesimo nello storico Spartak Mosca, a 15 anni, sponsorizzato dallo zio milionario, Alexander Zayonts, era già un emigrante, in Croazia, da mastro Vedran Martic (già ex guida di Kafelnikov e Ivanisevic), per poi transitare alla scuola della terra rossa di Barcellona dell’ex pro Galo Blanco, per poi rientrare con il primo coach che lo segue tuttora. Perché, come Siddartha, il ragazzone di quasi due metri torna sempre alle radici, anche con le faccende di cuore. Ha amato da subito, all’inizio non ricambiato, una compagna di circolo, Veronika Shkliaeva, non una di quelle modelle russe che fan girare la testa, ma una ragazza normalissima, e ha insistito fino al punto di sposarla, ad appena 20 anni, per dedicare ora i successi del Roland Garros a lei e al figlio che porta in grembo. Veronika che parla francese, così come francesi sono già due successi Atp di Khachanov, a Marsiglia e a Parigi Bercy, e francesi erano i suoi migliori risultati Slam, gli ottavi 2017 e 2018, al Roland Garros, finché non li ha migliorati, sempre sulla terra rossa più famosa del tennis, timbrando il cartellino dei quarti. Un caso? chissà.

Un buon libro e una partita a scacchi

 Di certo, Djan è un tennista anomalo. Spesso, nelle players lounge di tutto il mondo, ha come compagno un libro. Il preferito? “Tre camerati” di Erich Maria Remarque, che è quasi autobiografico, pensando ai migliori amici, i colleghi e connazionali Medvedev e Rublev. E se non legge cose serie, magari studia qualche partita celebre di scacchi, il suo hobby preferito. Che magari gli torna utile per muovere le pedine del gioco sulla terra rossa. La sua superficie preferita. Perché, proprio come Roger Federer, pensa che “le cose sono più difficili perché bisogna battere quel mostro di Rafa”.

Da Parigi a...Parigi

Era da Indian Wells che non vinceva tre partite di fila nello stesso torneo. Anzi, subito dopo aveva perso d’acchito a Miami, Montecarlo, Barcellona e Monaco. Quindi a Madrid e Roma aveva perso due volte di seguito al terzo set contro il Verdasco “caldo" di quelle settimane. Prima di trovare l’equilibrio a Porte d’Auteuil dove si sveglia dal letargo come l’amico Zverev e poi conquista la folla, cui aveva rubato il beniamino Del Potro, prima ringraziando la moglie in tribuna al microfono in campo: “Perché mi sostieni sempre”. E poi confessando: “Sì, aspettiamo un bambino”. Ricevendo un’ovazione dal pubblico che ha rilanciato da Instagram: “Questo è un giorno da ricordare. Che atmosfera! Parigi, ti amo”.

Chissà quanto varrebbe la foto fuori campo di Djan che incita Boris Becker ad accarezzare l’amatissimo pancione. Per trasmettergli un po’ del talento tennistico di Bum Bum. E’ il viatico più sereno e confortante prima dei fuochi d’artificio contro l’altro picchiatore Dominic Thiem, il finalista uscente e semifinalista di due anni prima al Roland Garros che ha dominato a novembre nell’unico precedente a Bercy. Da Parigi a Parigi.