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Campioni internazionali

Attento Nole: è Alessandro il Grande...

Sulla terra parigina Zverev sembra aver ritrovato un po' della tranquillità perduta. Arrivare nei quarti non è stata una passeggiata ma il tedesco ha lottato con le unghie e con i denti. Oggi sfida Nole ma intanto ha confermato il risultato di dodici mesi fa

di Vincenzo Martucci | 05 giugno 2019

Sasha sta diventando sempre più Alessandro il grande Zverev, e minaccia fuoco e fiamme contro re Novak Djokovic, forte del 2-2 nei testa a testa, sempre in finale, sulla terra di Roma 2017 e sul veloce Indoor del Masters di Londra 2018. Alto, bello, potente, col pugno del ko, appena 22enne, il campione dei NextGen ha pure senso dell’umorismo: “Non parliamo di crescere, sono cresciuto abbastanza” (dall’alto del suo 1.98….). Ha coscienza della vita: “Fino a poco tempo fa, prima che le cose tornassero ad andare davvero bene nella mia vita, ho dovuto fare cose che non avevo fatto mai: affari, avvocati, il mio ex manager, cose che mi hanno distolto un po’ dal tennis”. Ha concretezza: “I quarti al Roland Garros mi dicono che le cose stanno funzionando bene anche nel tennis, sono di nuovo me stesso”. Ha personalità, al punto di disdire la convocazione del super-coach Ivan Lendl per la terra rossa del Roland Garros - che l’ex ceco ha dominato tre volte e avrebbe potuto dominare di più se avessi voluto -, e convocarlo per l’erba di Halle e di Wimbledon, che invece “Ivan il terribile” non ha domato mai. Ha continuità nell’alzare il livello, confermandosi fra i primi otto a Parigi e ribadendo che, tecnicamente e tatticamente, i campi rossi gli danno il tempo per piazzare le sue micidiali bordate da fondo. Ha freddezza e temperamento, nel raggiungere, superare e quindi piegare uno dei terraioli più forti, come Fabio Fognini, cedendo il primo set e lottando nel quarto, dimostrando passi avanti importanti nell’indispensabile maturità psico-fisica. Che, comunque, per quanto precoce sia, il tedesco di genitori russi non può ancora aver consolidato. A dispetto del numero 5 del mondo, che è stato anche 3. “Contro Fabio ho giocato solido, ho gestito bene i momenti importanti, e ho servito bene quando ne ho avuto bisogno”.

A Parigi senza Lendl

 Non è facile trattare da pari a pari un personaggio carismatico e difficile come Lendl che, non dimentichiamolo, al Roland Garros 1984, stoppò la carriera di John McEnroe. E poi scherzarci anche su: “Ivan ed io parliamo molto, a volte, mangiamo anche insieme, passiamo tempo assieme fuori dal campo. L’unico problema è che abbiamo programmazioni diverse: lui gioca ancora molto a golf, si alza la mattina presto, cena attorno alle 7.30 e va a dormire alle 8.30. Qualche volta devo adattarmi io”. E qualche volta evidentemente è il contrario, lascia intendere: “Abbiamo deciso che andassi da solo a Parigi, avrò tutto il tempo per stancarmi di lui sull’erba. Tanto ci sentiamo ogni giorno al telefono...". Rinunciando al guru che ha innalzato Andy Murray fra i Fab Four e sposando una tesi soft per la mancata esplosione Slam: “Fondamentalmente, ho giocato solo un paio di tornei senza infortuni”.

La "cura" Ginevra

Sascha, spesso, ha peccato di presunzione: in campo, disdegna i punti clamorosi degli avversari, smoccola spesso e volentieri lamentandosi per righe e nastri, vorrebbe sempre risolvere con un colpo e via del suo meraviglioso repertorio. E quest’attitudine negativa gli è costata cara. Ma, auto punendosi col viaggio al torneo di Ginevra per il ko d’acchito a Roma contro Matteo Berrettini, ed aggiudicandosi, lottando con la caduta di fiducia, quel torneo “250”, cioè di terza categoria Atp, spuntandola tre volte al terzo set, ricorrendo due volte al tie-break, piegando Gulbis, Dellien, Delbonis e Jarry, ha dimostrato carattere ed umiltà. E forza. Che gli è tornata utilissima per ritrovare la condizione strada facendo a Parigi. “I match che ho vinto, lottando, a Ginevra mi aiutano. Anche per superare le condizioni difficili di una partita sulla terra, all’aperto”.

"Senza attenzioni sto meglio"

Dodici mesi fa, a Porte d’Auteuil, aveva strappato tre  partite di fila al quinto set, e ne aveva pagato il prezzo contro Thiem: “Mi sono anche infortunato, dopo metà primo set era già finito tutto”. Stavolta ha alternato la maratona d’acchito contro il tenace Millman ai tre set contro Ymer, ad un’altra maratona contro Lajovic, all’esame di maturità in quattro set contro Fognini. Poi, ha gonfiato il petto: “Tutti dicono che sto avendo un anno duro, ma sono 5 del mondo in classifica e 10 nella Race. Non è male, a essere onesti”. Le sensazioni sono tornate positive: “Sono di nuovo aggressivo, colpisco di nuovo la palla pulita, nei momenti importanti cambio marcia e salgo di livello ancora un po’, che forse è la cosa ancora più importante”. Adesso, può riprendere a sostenere la tensione: “Il già felice di tutti per la bella stagione sul rosso di Tsitsipas sono stato io. Così, si è parlato tanto di lui, la nuova super star NextGen, e si è parlato tanto di Rafa, Novak e Roger. Benissimo così. Senza attenzioni sto molto meglio”. Adesso, può rispolverare il senso dell’umorismo: “Non mi hanno spiegato bene le regole dei cinque set, qualcuno deve farmi capire che non devo per forza giocare sempre cinque set ogni qual volta vado in campo”. Adesso, può rivelare un segreto da giovani: “Insieme a Marcelo Melo, affittiamo dei motorini e andiamo a cena, per tradizione siamo anche andati a un ristorante vicino alla Torre Eiffel, a 5-5 chilometri, ma poi abbiamo dovuto riportare indietro i motorini, ci abbiamo messo tre quarti d’ora…”.

P.S. Attenzione al fattore P, il pubblico giacobino di Parigi, che ama Alessandro il grande Zverev, ricambiato, mentre con re Djokovic le cose non sono mai andate così bene.