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Campioni internazionali

Anisimova: sì che ho l'età

A 17 anni, al Roland Garros ha raggiunto il primo quarto di finale Slam in carriera. E' la prima nata negli anni Duemila a riuscirci. "Non so chi ha fatto cosa e a quanti anni" ha detto. Intanto è sicura di entrare in top 40 dopo Parigi.

di Alessandro Mastroluca | 04 giugno 2019

Quante storie per farsi amare. Storie di prime volte, non certo di tutti i giorni. Storie che a diciassette anni possono anche far girar la testa. Amanda Anisimova, che tre anni fa giocava la finale junior al Roland Garros, fiorisce sul campo-serra Suzanne Mathieu. Lascia tre game a Aliona Bolsova, la rivelazione underground del torneo, e diventa la prima millennial nei quarti di uno Slam.

 

E' finita la favola della spagnola con il tatuaggio sul bicipite, i pantaloncini da uomo, la passione per Cleopatra. “Sono una del popolo, di Palafrugell, autentica e diversa. Nonni sportivi, è nipote di Viktor Bolshov, quarto nel salto in alto per l'Urss a Roma 1960, e di Valentina Maslovska, bronzo a Roma nella 4x100. Sua madre ha gareggiato in quattro olimpiadi, il padre ha corso i 400 a Barcellona '92, Atlanta '96 e Sydney 2000. “Ma non mi è stato mai vicino, è stato la causa di tutti i miei problemi psicologici” ha confessato Aliona, più vicina al patrigno.

 

Dall'Unione Sovietica sono partiti anche Konstantin Anisimov e Olga Anisimova, i genitori di Amanda. Lavoravano nella finanza, hanno conosciuto la perestrojka e la dissoluzione dell'Urss, poi nel 1998 sono partiti per gli Stati Uniti. Olga aveva diversi parenti che da tempo vivevano in America, e ha preferito questa decisione al sentirsi stranieri in Spagna. Avevano un obiettivo chiaro: dare più opportunità nel tennis a Maria, la sorella maggiore di Amanda, che aveva allora dieci anni. Maria però eredita l'attitudine dei genitori, si laurea alla Wharton School della University of Pennsylvania, e diventerà un direttore alla Bank of America Merrill Lynch. Konstantin è il primo coach di Amanda, che prende una racchetta in mano a due anni. Presto, la famiglia si trasferisce dal New Jersey a Miami.

 

Fino a sette anni, la tecnica di Amanda rimane spontanea. Negli anni sviluppa un gioco di energica sveltezza, tutto velocità di gambe e naturalezza di esecuzione. “Mi piace mettere i piedi in campo, sul duro lo faccio molto più spesso, sulla terra devo abituarmi. Sto cercando di variare più l'altezza dei miei colpi. So che devo lavorare molto sul servizio” ha detto in conferenza stampa. “All'inizio colpivo anche con troppo anticipo e finivo per sbagliare di più. Adesso sto imparando a fare un passo indietro per poi entrare al momento giusto, sto cercando un equilibrio”.

 

Anisimova, già diventata la più giovane statunitense al terzo turno del Roland Garros dai tempi di una delle sue grandi ispirazioni, Serena Williams, nel 1998, entrerà tra le prime 40 del mondo dopo Parigi. E il meglio, non è solo uno slogan, deve ancora venire.

 

Se l'altra sorpresa del torneo, la polacca Iga Swiatek, si carica con un mix di classici rock (AC/DC e Pink Floyd), Anisimova ha gusti più contemporanei. Ha un'anima rap, ascolta Drake e A Boogie wit da Hoodie, racconta.

 

Parigi è l'inizio di tutte le storie, torna come un punto fermo mentre tutto scorre. Qui ha raggiunto la finale junior nel 2016 e debuttato in un major l'anno successivo. Era la più giovane a competere per la Coupe Suzanne Lenglen dai tempi di Alizé Cornet nel 2005. Da lì è un'accelerazione continua, costante, con l'energia di chi vede solo opportunità e nessun ostacolo davvero insuperabile all'orizzonte. Trionfa allo Us Open junior nel 2017, l'anno scorso poi si annuncia al mondo a Indian Wells. La vittoria al terzo turno su Petra Kvitova, la prima contro una top 20, si eleva come una sorpresa. La ceca, che non perdeva da 14 partite, era numero 9 del mondo: nessuna era mai stata così precoce nel battere una top 10 dal 2005, quando Nicole Vaidisova aveva sconfitto Nadia Petrova in finale a Bangkok. Prima di Indian Wells, Anisimova aveva giocato due tornei WTA in carriera. Niente sarebbe più stato come prima.

 

Un infortunio al piede l'ha poi costretta al ritiro prima di sfidare Garbine Muguruza a Miami. Resta ferma quattro mesi. Quattro mesi in cui riscopre, rivaluta la passione per il gioco. Non arriva a farsi progettare una panca come Thomas Muster ma torna ad allenarsi con il piede ingessato, ancora con le stampelle. “Mi ha resto più forte in molti modi” ha detto l'anno scorso alla WTA. Ha reso più solide le basi, ha dato concretezza ai sogni. Non le ha lasciato solo quelli che non fanno svegliare. Ha celebrato la chiusura della stagione con la prima finale WTA a Hiroshima, e l'ingresso in top 100. Non se n'era resa conto prima di scendere in campo con l'avversaria forse più disagevole per una colpitrice di ritmo e velocità, Su-wei Hsieh. Chiude la stagione da numero 95, guadagna 97 posizioni in dodici mesi.

 

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L'inizio del 2019 è ancora più disarmante. All'Australian Open ammansisce Aryna Sabalenka, la bielorussa che per il suo coach Dmitry Tursunov definirà l'era futura del tennis come Serena Williams ha segnato l'ultima. Diventa la più giovane a centrare gli ottavi di uno Slam dopo l'austriaca Tamira Paszek allo Us Open del 2007. “Dopo l'Australia ho sentito una grandissima fiducia” ha detto durante il Roland Garros. “Sulla terra però non avevo grandi aspettative, visto che avevo saltato tutta la scorsa stagione”. Chissà che sarebbe successo se ne avesse avute. A Bogotà infatti vince il primo titolo WTA, in finale su Astra Sharma. È la più giovane statunitense ad alzare un trofeo dopo la diciassettenne Serena Williams a Indian Wells nel 1999. Ma i record, spiega, non le interessano. “Non ho idea di chi abbia fatto cosa a che età” ha rivelato. “Me lo dicono, ma lo dimentico dopo un secondo. Vivo nel presente, voglio fare bene, voglio ottenere risultati ma non penso a quanti anni ho”.

 

Allenata da Jaime Cortez and Andis Juska, procede un passo alla volta. Almeno così dice. È contenta, spiega, di come riesca ad essere paziente sul rosso. “Non cerco il vincente sempre, come faccio di solito sul duro. È qualcosa su cui sto lavorando”. Per prendersi tutto, volerlo troppo presto è un ostacolo. Non accelera, allontana.

 

In campo comunica concentrazione, fredda determinazione. Gli amici, confessa, la prendono in giro perché ha un tono di voce monotono. “Tutti me lo dicono, non mi piace” dice. In campo, però, il suo tennis non sembra certo la canzone mononota. Nel suo gioco c'è l'alba di un nuovo giorno. La luce di una possibilità. Un'autostrada per il paradiso.