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Campioni internazionali

Chiamatemi...Sonya!

Sofia Kenin è nata a Mosca ma fin da giovanissima si è trasferita in Florida. Un concentrato di grinta e determinazione per diventare come il suo idolo Maria Sharapova e...battere Serena!

di Vincenzo Martucci | 02 giugno 2019

Il suo nome d’arte è Sonya, è venuta dalla Russia con amore, del tennis, dei dollari, della fama. Da Mosca alla Florida, Sofia Kenin ha sognato solo e soltanto Maria Sharapova: “E’ sempre stato il mio idolo. Abbiamo anche gli stessi tratti russi: siamo combattenti, siamo grintose, siamo bionde”. Sharapova, la grande rivale di Serena Williams. Dai cinque anni, la biondina ha ricalcato le orme delle favole più belle raccontate con una racchetta: dalla scuola di Nick Macci (già mago delle Williams, Jennifer Capriati e tanti altri) a quella di Nick Bollettieri.

L’ultima bimba terribile è arrivata dalla Russia col papà russo, Alex. Che ha puntato tutto sulla scommessa di famiglia, s’è cucito da solo i gradi di capo allenatore, ha ritirato la figlia dal college, incassando i primi premi pro per finanziarne l’attività, l’ha sposata alla bandiera Usa, studiando mille modi per compensare gli appena 170 centimetri d’altezza della sua bimba, insieme all’ex prodigio Kathy Rinaldi, oggi boss della ricca Federtennis Usa. E  ingoiando tanti rospi. L’ultimo nel pre-season, quando ha chiesto al collega Patrick Mouratoglou di allenarsi con la mitica Serena Williams. “Mi ha risposto che era già a posto”, racconta oggi la 20enne Kenin, protagonista insieme ad Amanda Anisimova della “new wave” del tennis a stelle e strisce che fa capolino a sorpresa negli ottavi sulla terra rossa di Parigi, insieme alle due yankees giù collaudate, Stephens e Keys.

Nessun timore reverenziale

Il destino attendeva la cattiva figura di Serena all’appuntamento di Samarcanda, nella giornata più calda del Roland Garros, contro la piccola, determinata Sonya. Che ha messo a nudo tutta la condizione approssimativa della campionessa 37enne, alternando botte tremende a tutto campo e smorzate al veleno, sostenendo l’urto fisico dell’afroamericana più forte dello sport e anche quello mentale. A dispetto dell’esperienza e dell’importanza del torneo e del match. Contribuendo ai 34 errori gratuiti della ben più famosa neo-mamma, ancora a secco di successi del rientro alle gare del febbraio 2018. Macinando chilometri e colpi con quelle gambe frenetiche e quelle braccia da mulino a vento. Che già hanno firmato un torneo Wta, a gennaio a Hobart, e che l'hanno portata anche in finale ad Acapulco, pur stabilizzandosi in classifica appena al numero 35 del mondo.

Macchina da guerra

“E’ una macchina”, sentenzia Andrea Petkovic, la collega forse troppo intelligente che ci fa coppia in doppio. “Per rimandarla indietro devi tirarle un vincente, si può arrabbiare, ma non trasporta mai la negatività sul punto successivo". Che è una gran bella, qualità. Con gli applausi dell’ex numero 1, Kim Clijsters: “Per battere oggi Sofia bisogna essere molto forti di testa e coi colpi pesanti, non è una che si fa intimidire”. Cui fa eco il faccino eloquente di Simona Halep. Che, nel secondo turno degli Australian Open di gennaio, l’aveva scampata contro l’americanina, per 6-3 6-7 6-4, subendone la rimonta nel secondo set e recuperando un break nel terzo.

Un gioco pericoloso

Il pericolo per queste ragazzine terribili è nel loro stesso gioco: si autodistruggono come falene attratte dalla luce. Come CiCi Bellis, la prima della nuova generazione Usa fra le “top 40”, ormai da un anno fuori gioco per i guai a polso e gomito. Come la 18enne Bianca Andreescu, stessa scuola, ma di bandiera canadese, rivelazione d’inizio stagione, bloccata da due mesi dai problemi alla spalla.