-
Campioni internazionali

Paire è diventato grande, forse...

Il "barba" del tennis è maturato, forse, s’è calmato, forse. Ad ogni modo per la prima volta è arrivato negli ottavi del Roland Garros, la terza in uno Slam. Affronterà Nishikori e non è detto che parta battuto. Forse Benoit è finalmente cresciuto. Vero, Paire?

di Vincenzo Martucci | 01 giugno 2019

Quando cadde dallo scivolo e si ruppe il braccio sinistro, il suo mondo mancino subì una rivoluzione, che Benoit Paire non ha più sedato, dentro di sé. Perciò, è inutile farsi troppe domande sul perché e sul percome, soltanto adesso, neo trentenne, sta trovando - forse - la quadra. E comunque, per la prima volta approda alla seconda settimana del Roland Garros, appena la terza anche negli Slam, dopo gli Us Open 2015 e Wimbledon 2017. Sempre anni dispari, sempre in crescita, come - forse, ancora forse - la sua maturità. Forse, perché tutti si stupirono quando il piccolo Benoit imbracciò la racchetta con la mano destra e continuò così, acquisendo un tocco anomalo, imprevedibile e unico, di rovescio, magico, sulla palla corta. Anche se il suo asso nella manica rimane la varietà, la capacità di saper effettuare veramente qualsiasi colpo, di saper spezzare ed accelerare continuamente il ritmo di gioco, il tagli della palla (piatto e slice), le diagonali. E, quindi, di esaltarsi sulla terra rossa, che gli regala quel pizzico di tempo in più per cambiare ulteriormente le carte in tavola. “Mi sono sentito come un topo davanti a un gatto che si diverte a giocare contro di te. Quando 'Ben' gioca così… E’ dura per tutti. Anche sul dritto, certo!”, racconta infatti l’amico Herbert col quale va spesso in vacanza ma che mercoledì ha domato per 11-9 al quinto set. Alla sua maniera: ha stravinto i primi due parziali 6-2 6-2, ha ceduto i successi con tante occasioni, per 7-5 7-6, e l’ha spuntata dopo 4 ore e mezza.

Il braccio c'è, la testa meno

”Ben” dal barbone alla Harden del basket Nba, ha un solo, grande, problema: la testa. “Il rovescio vale quello di Djokovic, anzi, è anche migliore. Davvero. Purtroppo, non sempre sceglie la soluzione migliore. Perché la testa non è sempre lì. Peccato, io sinceramente vorrei proprio possedere quel braccio perché quando ce l’hai nessun colpo può preoccuparti”, sentenzia l’ex n. 1 del mondo, Mats Wilander, dall’alto dei suoi 3 Roland Garros, 3 Australian Open e un Us Open. Perciò, il francese ha vinto appena tre titoli Atp ed è salito solo una volta al 18 del mondo, tre anni fa. Anche se sicuramente lui addossa molte colpe al ginocchio operato nel 2014 e che, nel 2015, gli ha regalato il titolo di “Ritorno dell’anno” grazie alla risalita dal numero 126 della classifica al 19. Oggi talmente sgualcita da collocarlo appena al numero 38.

Uno che non le manda a dire

"Ben" è il più sorpreso di tutti di questi primi ottavi a Parigi: “Onestamente, non posso dire di aver lavorato così duro, ma mi sento bene fisicamente, e voglio continuare a volare sull’onda. Dopo il secondo turno contro Hugues (Herbert), non sapevo  come mi sarei sentito. Ma il giorno dopo stavo bene, non ero così stanco”. "Ben" è quello che butta via le partite, quello che fa il tweener più assurdo, quello che si presenta una volta coi capelli biondo-platino e una addirittura fucsia, quello al Roland Garros 2015 tentò sei volte di fila la smorzata contro Berdych facendogli perdere la tramontana, quello che un mese dopo, all’All England Club, dopo il crollo da due set a zero contro Bautista Agut, disse testuale: “A Wimbledon, tutto è marcio, non sono l’unico che lo pensa anche se forse sono l’unico a dirlo”, quello che nel 2016 fu espulso dalla squadra olimpica di Rio e mandato a casa per "aver infranto le regole del team”, quello che, sempre a Wimbledon, durante un doppio, ha mostrato il dito medio a una spettatrice, quello che, in estate, a Washington, è stato fischiato - anzi, booato, come si usa negli Usa - dal pubblico per aver distrutto tre racchette (17mila dollari di multa), quello che a gennaio ad Auckland, stremato da 30 ore d’aereo, s’è fatto una siesta durante il, match perso netto contro Norrie, quello che, a febbraio, a Marsiglia, sonoramente contestato dagli spettatori, ha risposto: “Quelli che fischiano e fanno casino sono due o tre, gli altri seguono come pecore”.

Under control

L’elenco delle sue follie è troppo lungo. “Le mie crisi fanno parte di me, anche a Washington non mi sono controllato, ma ora sono più calmo, prima ero pazzo, non accettavo gli errori e subivo troppo il giudizio degli altri ”, analizza lui. Che, da giovane, era davvero impossibile, in campo: “La mia famiglia ne ha sofferto, la gente diceva che ero troppo debole di testa, ma sono diventato un professionista di tennis”. In patria, lo chiamano “il Fognini di Francia”, facendogli un gran complimento, perché Fabio è più forte ed ha vinto molto di più, ma il paragone sintetizza i limiti di concentrazione e di controllo dei nervi di due talenti di fisico e di tocchi di prima qualità. Entrambe in spolvero, non a caso, dopo i 30 anni. Entrambe capaci di qualsiasi risultato. “Quando sto bene e sono felice, in campo, posso battere chiunque”, dice il barba del tennis prima del test di giapponese contro Kei Nishikori. Col quale ha perso 6 volte su 8, le ultime 4 di fila, compreso il Roland Garros 2018 in cinque set. Allora, viveva ancora la love story con l’affascinante Shy’m. Allora, non aveva il barbone mimetico delle sue forti emozioni.