-
Campioni internazionali

Zverev: che cosa gli manca ancora?

Il tedesco n.5 del mondo ha battuto l'australiano Millman dopo quattro ore e dopo essersi fatto rimontare il vantaggio di due set. Continua a soffrire negli Slam. Gioca con applicazione un po' timorosa, fatica a spingere con continuità, vince meno del 40% di punti con la seconda palla di servizio. Gli ultimi mesi difficili non sono ancora alle spalle.

di Alessandro Mastroluca | 28 maggio 2019

Ha gli occhi contenti e le braccia sollevate a metà a fine partita. Ha giocato 248 minuti per passare il primo turno al Roland Garros. Ma non bastano del tutto a spiegar cosa gli succeda negli Slam. Che passa nella mente di Alexander Zverev. n.5 del mondo, già n.3, quando scende in campo a Parigi o Wimbledon, New York o Melbourne?
Ha vinto undici titoli in carriera, l'ultimo sabato scorso a Ginevra. È il più giovane ad aver vinto tre Masters 1000 da quando esiste questa categoria di tornei. Nei major, però, balbetta, fatica. Qualcosa sembra bloccarlo. Anche nel sollievo per la vittoria 76 63 26 67 63, per la stretta di mano a John Millman che poco gli ha concesso e a cui invece molto ha regalato, Zverev ha conservato lo sguardo di chi sta per liberare la gioia senza poi farlo davvero.

Mentre in Italia si organizzano flash mob per i 200 anni dell'Infinito, ha un che di leopardiano il suo rifrangersi testardo, nell'appuntamento ripetuto e cercato con la siepe che gli nasconde gli interminati spazi dell'Olimpo del gioco. L'anno scorso, aveva battuto al quinto set a Parigi Dusan Lajovic, Damir Dzumhur e Karen Khachanov: ottavo giocatore nell'era Open capace di tre successi di fila al quinto a Parigi, era arrivato infortunato e senza forze al quarto di finale contro l'amico Dominic Thiem.

Sotto un cielo grigio che si specchia sulle tribune vuote per tre quarti del rinnovato Philippe Chatrier, opposto a un muro di gomma come Millman, si illude dopo il 4-1 iniziale che lo scenario sarà diverso. L'efficacia ridotta e discontinua del diritto dà però la misura di un pomeriggio da bandolero stanco. L'errore sul set point, e il doppio fallo con cui incassa il break del 5-5 fotografano come un'epifania quel che la partita dirà: i 73 gratuiti e il 37% di punti con la seconda, nell'eleganza della simmetria numerica, raccontano del suo passo incerto, di una convinzione nel percorso ancora troppo esposta agli sbalzi d'umore.

 

Zverev gioca costantemente troppo dietro, completa appena tredici vincenti di dritto e e sette di rovescio, contro i sei dell'australiano. Gli accreditano 24 punti su 31 a rete, ma è ancora molto raro vederlo avanzare per colpire al volo come ultimo step della costruzione del punto. Lo fa quando

l'avversario accorcia , quando la situazione lo porta a guadagnare campo. La quota praticamente identica di errori forzati, 69 contro i 72 di Millman, che rappresentano poco più del 40% dei punti complessivamente giocati, restituisce l'immagine di una contrapposizione muscolare, di una lotta scivolosa e profonda.

 

Nemmeno il vantaggio di due set a zero lo rassicura. Alle prime folate di vento contrario, non solo quello che allontana le nuvole sopra Parigi e per qualche ora rimanda l'arrivo atteso della pioggia, ricade negli antichi tentennamenti. Spinge poco, colpisce corto e alto sopra la rete. Sbaglia di frequente in larghezza nel terzo set, fatica ad aprirsi il campo. Si fida della sua idea di gioco, insiste nel suo rassicurante martellare da dietro anche se il gesto si affievolisce, la frustrazione cresce, il vantaggio si assottiglia. E poi si annulla.
Millman, che certamente ha meno pensieri e meno tensioni, assorbe e restituisce. Urla un “come on” di auto-aiuto per aver forzato al quinto mentre Zverev si sfoga sulle racchette. Non arriva al parossismo di Melbourne, all'Australian Open contro Milos Raonic, ma si avverte un desiderio costretto da liberare.

 

A lungo, nelle oltre quattro ore di partita in cui ha dato spesso la sensazione di giocare una successione di punti e di perdere facilmente il filo anche emotivo della partita, Zverev gioca come se avesse timore dello squilibrio. Come se uscendo dal binario potesse guastare la scena e dunque non rendere.

 

Con l'obiettivo di diventare il primo tedesco a vincere il Roland Garros dal 1937, dopo Henner Henkel che sarà ferito a morte cinque anni dopo nella Battaglia di Stalingrado, Zverev si concede al pensiero laterale per necessità e un po' per stanchezza.
Riprende la partita col secondo punto del settimo game nel quinto set. Scivola su un recupero di rovescio, ma si rialza, viene avanti, chiude un passante energico, rabbioso di diritto e chiede che il pubblico lo accompagni. Chiama l'applauso, lo vuole più forte. Il richiamo dello show c'è ancora. Il passo verso il decimo successo su sedici partite al quinto set in carriera è breve.

“Mi aspettavo che sarebbe stato match duro, lungo. Lui è in gran forma, è un ottimo giocatore, non dimentichiamo che ha battuto Federer allo Us Open” ha detto dopo il match a Tennis Channel. Ha raccontato di essersi concesso un piccolo discorso motivazione a fine partita. Dopo settimane, mesi non facili, per la fine della storia d'amore con la fidanzata e le preoccupazioni per le condizioni di salute del padre, aiuta ricordarsi che in fondo va tutto bene, che la classifica lo vede pur sempre al numero 5 del mondo, che c'è un secondo turno da giocare contro lo svedese Mikhail Ymer che il papà, etiope emigrato in Scandinavia, avrebbe voluto mezzofondista come lui. Insomma: ci sarà da correre ancora.

 

Serve un appiglio, se galleggi come nave senza nocchiero in gran tempesta. Basta anche un cagnolino come Lovik, il barboncino grigio che ha il suo account su Instagram e su Facebook. “Mi segue ovunque, è il perfetto cane da viaggio” ha detto in un simpatico podcast alla vigilia del torneo per il sito ufficiale del Roland Garros.

Ha anche raccontato la simpatica e per certi versi improbabile amicizia con il brasiliano Marcelo Melo, il giocatore più alto che sia mai arrivato al numero 1 del mondo, nel suo caso in doppio. “Marcelo dice che mi ha insegnato tutto del singolare, del doppio e della vita? Non direi” ha scherzato Zverev, “in singolo non ha mai vinto un match. E poi non ha una fidanzata; è troppo timido, non ce la fa a parlare con le ragazze, diventa nervoso. Il suo migliore amico è un ventiduenne che gli fa tutto, gli organizza i viaggi, gli prenota gli alberghi. E questo dice tutto”. Zverev, che problemi a parlar con le ragazze non ne ha, si professa ancora single.

 

In un certo senso, è solo anche a Parigi. C'è il padre, infatti, ma non Ivan Lendl. “Avrebbe dovuto venire mercoledì poi ho deciso di giocare a Ginevra” ha spiegato. Scelta che si è rivelata non del tutto sbagliata: ha giocato diverse partite lottate, nei quarti con il boliviano Dellien, in semifinale contro Delbonis e la finale con Jarry, ma ha vinto il torneo. “Non avendo praticamente fatto alcuna sessione di allenamento con lui, abbiamo pensato che non sarebbe servito così tanto che ci fosse qui. Comunque lavoriamo ancora insieme, verrà subito dopo la fine del torneo per preparare con me la stagione sull'erba. Sarà con me a Halle e a Wimbledon”. Parigi val bene qualche altra rincorsa.