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Campioni internazionali

Federer conquista già Parigi

Parla il più fuoriclasse di tutti, che rigioca al Roland Garros a vent’anni dal suo debutto: “Oggi sono l’unico ancora in gara, di quel tabellone, è bello essere il ponte fra la vecchia generazione e quella dei giovani". “Mi sembra Melbourne di due anni fa, avrò il titolo nella mia racchetta?”

di Vincenzo Martucci | 27 maggio 2019

Unico, sempre più unico. E, per molti versi, inimitabile e irraggiungibile. Sin dalla quantità di pubblico, irreale, che affolla le tribune ad ogni allenamento, in ogni torneo, in ogni parte del globo. Tanto da meritarsi ogni giorno un po’ di più i 30 milioni di dollari l’anno dello sponsor Uniqlo e, soprattutto, il sorrisetto ammaliato dei seguaci più fedeli. Da Roma a Parigi, sul tappeto rosso della terra battuta, Roger Federer sta facendo una passerella che ricorda molto il viale del tramonto di uno dei suoi idoli, Stefan Edberg, ma va oltre. Perché, a qualcuno, lo svedese pallido, tutto servizio volée, non piaceva. Mentre il Magnifico possiede il dono miracoloso di piacere proprio a tutti, appassionati e non, giovani, donne, anziani, praticanti, neofiti. Persino ai “nadaliani” che gli devono riconoscere classe nei modi e pulizia nei gesti, che siano tennistici o semplicemente atletici.

Unico, assolutamente unico, quando Roger Express fece il debutto al Roland Garros, nel 1999, in tabellone c’era un certo Christian Ruud, oggi, vent’anni dopo, c’è suo figlio, Casper. Dieci anni fa, sempre a Porte d’Auteuil, colse l’unico trionfo sulla terra rossa più ambita, da dove mancava da quattro stagioni. “La maggior differenza fra ieri oggi è che oggi per recuperare da un infortunio o da un dolore ci metto più tempo. Quando sei giovane, un dolore lo senti quel giorno, magari anche quello dopo, ma poi se ne va. Alla mia età, si ferma e resta magari per una settimana, un mese. La superficie non è un problema, fortunatamente, anche se ho qualche dolorino muscolare che non avverto sul duro o sull’erba”.

Le cose cambiano, gli anni passano, gli avversari si susseguono, e lo svizzero delle meraviglie migliora. Va più a fondo di se stesso: “Non so se posso davvero vincere il torneo, è un bel punto di domanda. In un certo senso, mi sento molto vicino agli Australian Open di due anni fa. E’ una situazione un po’ sconosciuta. Sento che sto giocando un buon tennis, ma sarà abbastanza o no contro i più forti quando si arriva davvero al dunque? Non so se ce l’ho nella racchetta, ma spero di mettermi nelle condizioni, nel torneo, contro i primi. Sarà eccitante, da vivere”.

Unico, per certi versi inarrivabile, con quel suo tennis facile e insieme impossibile per i più. Per la capacità di lasciare a bocca aperta anche gli avversari e vedergli cercare, convinti, e appassionati, la mano a fine match per una indimenticabile stretta. Come Lorenzo Sonego dopo il primo test, debitamente non troppo lungo, di un’ora e 41 minuti. “Sono completamente pronto, per migliorare le chances più avanti è importante evitarsi lunghi match all’inizio, e poi concentrarsi sul prossimo ostacolo, senza guardare troppo avanti. Senza tante aspettative, felice di essere a posto, e in salute. Di certo, Parigi mi è mancata davvero tanto, ed ho apprezzato che tutto il nuovo Chatrier fosse pieno per vedere me e tutta quella gente invocasse il mio nome”.

Per festeggiare il primo turno consecutivo numero 60 superato negli Slam, Roger ha sparato 36 vincenti, senza secondi pensieri sul campanello d’allarme che, a Roma, gli ha fatto alzare bandiera bianca prima del match contro Tsitsipas: “Mi sono svegliato con un dolorino alla schiena, non ho voluto prendermi rischi, avrei potuto giocare una partita, ma non volevo avere un problema più serio prima di Parigi. Era più giusto presentarmi al 100%. Mi è costato rinunciare ma penso sia stato meglio così”. 

Guardandosi indietro, a quell’esordio a Parigi del 1999, l’età lo porta a dire: “Ricordo che fui fortunato a ricevere una wild card, uno svizzero al Roland Garros… E ancor più grande fu giocare contro Pat Rafter sul Suzanne Lenglen, perché lui era uno di quelli forti. Oggi sono l’unico ancora in gara, di quel tabellone, è bello essere il ponte fra la vecchia generazione e quella dei giovani di oggi”. Unico, sempre più unico. E, per molti versi, inimitabile e irraggiungibile.