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Campioni internazionali

Chi fermerà Rafa?

Chi può davvero fermare Nadal a Parigi? Forse il trio giovane, Tsitsipas-Zverev-Khachanov. Oppure, se la fata turchina Flavia…

di Vincenzo Martucci | 26 maggio 2019

Il Roland Garros cambia faccia ai campi, dal centrale al numero 1, ma non cambia la faccia del favorito al titolo di re della terra rossa. Che è sempre Rafa Nadal. Com’è possibile, dopo undici titoli in quattordici anni, alla soglia delle trentatré primavere che il formidabile mancino di Maiorca compirà il 3 giugno, nel bel mezzo del secondo torneo dello Slam stagionale? Il tempo ha lasciato il segno sull’atleta spagnolo più forte di sempre in assoluto, l’ha azzoppato più volte, gli ha rubato ciocche di capelli, l’ha appesantito di tic, gli ha strappato l’aura di semidio.

Ma, come premio alla leggendaria resilienza e all’agonismo ideale, gli ha regalato la capacità di rinnovarsi e di modernizzarsi. Trasformando il selvaggio scugnizzo che mulinava il dritto sfrecciando per tutto il campo nel giocatore sempre più completo, con servizio e rovescio di prima qualità, capace di chiudere molto prima i punti, sfruttando anche le deficienze dell’avversario. Cosicché, oggi, l’implacabile martellatore da fondo campo è anche un fenomenale interprete della transizione difesa-attacco. Come sottolinea l’amico-coach, Carlos Moya, che negli ultimi due anni ha avvicendato sempre più zio Toni: “Essere aggressivo è anche non perdere mai terreno, servire sempre bene, e gestire i punti con intelligenza”.

La kriptonite di Rafa

E se il dritto è meglio lasciarglielo stare, se a Roma ha perso per la prima volta il servizio solo in finale e contro Djokovic, se sul rovescio tiene botta con tutti e infila come un tordo chi gli si avventura contro a rete, come fargli il punto nel suo dominio terra rossa? Magari i cinque set, che, per chi l’affrontava, hanno sempre rappresentato un’ulteriore montagna da scalare, possono essere diventati uno svantaggio. Dopo tante battaglie, troppi acciacchi e la miriade di Next Gen che incalza impavida. Ma come arrivare al quinto set contro quell’iradiddio. Che, ancora una volta, ha ritrovato la forma proprio a ridosso del Roland Garros?
La sua kriptonite è la potenza di un avversario ruvido ed essenziale, capace di tirare il vincente dopo un lungo scambio. Come Robin Soderling, non a caso il primo a battere Rafa nello Slam sulla terra rossa nel 2009, lasciando la porta aperta per la prima ed ultima volta al successo del rivale di sempre, Roger Federer. Prima che Novak Djokovic bissasse l’impresa nel suo anno migliore, il 2015, sgambettandolo nei quarti. Perché poi la terza sconfitta a Parigi l’ha subita soltanto da suo stesso polso sinistro, che l’ha costretto al ritiro prima del terzo turno del 2016.
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E se la minaccia fosse Next Gen o...azzurra?

Può Novak ripetere quell’impresa? Sì, forse, vedremo anche come reagirà stavolta al pubblico giacobino che non lo ama e alla pressione del possibile Grande Slam. Chi altri può fermare il re del rosso nel suo impero? Il primo nome che viene in mente è sicuramente quello di Dominic Thiem. Perché l’erede di Muster ha collezionato quattro successi in quattro tornei diversi sul rosso contro Nadal, uno l’anno, dal 2016. Ma, nei tre precedenti al Roland Garros, ha rimediato tre nette sconfitte in soli tre set. E anche sul cemento di New York, pur sfiorando il colpaccio, alla fine, s’è inchinato allo sprint. Del resto nella stagione sulla terra europea ha firmato solo Barcellona, il quarto nella gerarchia dei tornei pre-Parigi, dopo Roma, Madrid e Montecarlo. Dimostrandosi clamorosamente vulnerabile di nervi al Foro Italico contro Fernando Verdasco nelle delicate situazioni climatiche, che troverà anche a Parigi.
Il generoso Del Potro avrebbe anche lui le caratteristiche giuste per far danni contro Rafa ma, all’ennesima rinascita, non sembra proprio competitivo per la maratona francese. Così come Stan Wawrinka, che pure nel 2015 firmò uno dei suoi tre Slam, ma non regge più quale fatiche. Le chances vere ce le hanno tre ragazzi in ascesa: Tsitsipas, Zverev e Khachanov. Potenti, carichi di energie e di coraggio, che possono interpretare bene il gioco sulla terra. Anche se tutti e tre si accompagnano ad enormi punti interrogativi sulla tenuta mentale nelle sette partite che portano al trono di uno Slam. A meno che il genio di Fabio Fognini non raddoppi le settimane magiche, da Montecarlo a Parigi. Grazie alla sua fata turchina Flavia Pennetta.
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