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Campioni internazionali

Che fine ha fatto Grischa?

Dimitrov sta attraversando un periodo davvero difficile. Per uscire dalla crisi si è affidato ad una coppia di super-coach, Andre Agassi e Radek Stepanek. Basterà per risolvere i problemi o Grigor resterà sempre e soltanto il sosia di Federer?

di Vincenzo Martucci | 23 maggio 2019

LA CRISI DI GRISCHA - La spalla scricchiola. Il piatto piange, davanti alle 9 partite vinte contro 8 perse da gennaio in qua, sulla scia del 2018 senza un solo torneo conquistato. L’orgoglio e la fiducia sono talmente a pezzi che Grigor Dimitrov, l’ex campione del Masters 2017, l’ex numero 3 del mondo, l’ex grande promessa che tanto somigliava a Roger Federer da farsi chiamare “Baby Fed”, non fa più un passo senza il suo angelo custode. Uno dei due super-coach che ha ingaggiato, Radek Stepanek, come un malato disperato. Mentre l’altro, Andre Agassi, consulente per gli Slam, è accorso anche lui al suo capezzale. Perché la valanga, per ora, proprio non s’arresta. Al di là della classifica mondiale che l’ha trascinato giù, addirittura al numero 47 Atp Tour, quisquilie superabili con un colpo d’ala per un campione annunciato come lui. Che però si sta chiedendo angosciato se era davvero un campione o piuttosto un bluff.

Un 2019 fin qui deludente

La settimana scorsa, a Roma, Grisha il bello aveva una faccia davvero orribile, magro, smunto, triste, sembrava uno zombie, giocava come un automa, senza chiudere un colpo, senza gioia, senza un filo conduttore. Incapace di reagire. Ha cominciato male l’anno, perdendo nei quarti di Brisbane contro Nishikori, s’è depresso a Melbourne cedendo al Next Gen Tiafoe in quattro set tutti combattuti, tutti uguali, tutti deludenti, ha chiuso malissimo la stagione sul cemento americano che tanto gli piace lasciando via libera a Thompson. Per lottare, lotta pure, ma è totalmente vuoto di fiducia. Così, dopo due buoni match contro Berrettini e Struff, ha perso onorevolmente con Nadal a Montecarlo, all’esordio sulla terra rossa europea, ma poi è crollato alla distanza, nel secondo turno di Barcellona contro Jarry e nel primo di Madrid contro Fritz. Quand’ha reagito talmente male, da salutare su twitter “dopo tre belle stagioni” l’amico-allenatore Dani Vallverdu, per giocarsi il doppio jolly Agassi-Stepanek. Che due anni fa non aveva convinto Novak Djokovic a rinviare il rientro ed era saltato ancor prima di cominciare davvero ad allenare il “campione di gomma” serbo.

"Voglio tornare in vetta"

La soluzione non ha funzionato, per ora, né a Roma la settimana scorsa, dove l’eroe bulgaro s’è arreso 6-4 6-7 6-3 a Struff, né questa settimana a Gineva, dove è dovuto passare per le qualificazioni, ha eliminato Huesler e Fabbiano ma, una volta in tabellone, ha ceduto a Delbonis con l’ancor più emblematico 1-6 6-4 6-2. Al culmine di una crisi nera: da Montecarlo dell’anno scorso non disputa una semifinale e non batte un ”top 20”, dal primo torneo dell’anno, a gennaio a Brisbane, non tocca i quarti. E ora per la prima volta dal novembre 2012, uscirà addirittura dai "top 50”.
Lui insiste: ”Voglio tornare in vetta, sono qui per recuperare tutta la mia fiducia. Il fatto che Andre mi abbia raggiunto a Parc des Eaux-Vives sin dal primo match di qualificazioni evidenzia l'investimento che può essere fatto in questa avventura. La nostra relazione è forte”.

L'illusione delle Atp Finals 2017

Sicuramente penalizzato al servizio dai problemi alla spalla che non riesce a risolvere, Dimitrov è sempre stato un giocatore istintivo, non si è mai allenato il dovuto, è scappato spesso e volentieri dagli allenatori, scegliendoseli comodi ed inseguendo piuttosto qualche bella ragazza, a cominciare dalla collega Maria Sharapova per continuare con Nicole Scherzinger, in una lista fin troppo lunga ed impegnativa. La sua crisi è nata sulla scia del più grande ed illusorio risultato della carriera, quello nelle Atp Finals di Londra del novembre 2017. Quando, fortunatissimo nel sorteggio, superò Thiem, Goffin, Carreno Busta, Sock ed ancora Goffin, salendo al numero 3 della classifica. Ma, nel 2018, ha avuto appena il 55% di successo, contro il 72% dell’anno prima. Tanto che, a fine stagione, è scivolato al numero 19, senza mai incidere. Senza mai scuotersi. Anzi, peggiorando, nella seconda parte dell’anno. Incapace di trovare una soluzione. Soprattutto, ha cominciato a pensare anche lui, come tanti detrattori, che forse il giudizio sulle sue qualità fosse sbagliato. Forse non era un campione. O, meglio, lo è tuttora, potenzialmente, di fisico e di tecnica, ma il bello stile e il sorriso non spostano l’ago della bilancia dei risultati. Anzi, a 28 anni, sono diventati una handicap.