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Campioni internazionali

Federer, Roma story

Per Roger una delle finali più belle di sempre contro Nadal, ma anche tante... scivolate (da Mantilla a Gulbis passando da Gasquet a Chardy). Lo svizzero sulla terra rossa del Foro Italico è arrivato 4 volte in finale ma non ha mai vinto

di Gabriele Riva | foto Getty Images | 15 maggio 2019

Lei aspetta lui, lui vuole lei. Roger Federer giocherà il torneo di Roma per la diciassettesima volta in carriera. Tra i due c’è una storia d’amore nata e cresciuta negli anni (dal 2000, quando Roger scivolò sulla terra del Foro Italico per la prima volta) ma mai coronata. Bastano e - nel caso di uno come Roger - avanzano quattro finali perse per poter dire che Roma è l’unica grande bellezza del circuito che non si è concessa fino in fondo al più grande di sempre. La città dei sette Re, al netto di Falcao e Totti, non si è mai lasciata conquistare dal Re della racchetta. Ci è andato vicino, Roger, ma ha sempre trovato di fronte dei mostri a un passo dal trono: due volte Nadal e una Djokovic (senza contare le semifinali).

La finale con Mantilla

La prima delle quattro opportunità, però, fu la più ghiotta. Roma si fece sedurre dalla favola di Felix Mantilla e dal suo 47° posto nel ranking, lasciando Federer a bocca asciutta. Era il 2003, Roger perse una partita che nessuno si immaginava. Tutti però, sul vecchio Centrale del Foro, che sorgeva dove oggi c’è quello ricostruito ex novo e inaugurato nel 2010, immaginavano che sarebbe stata solo questione di tempo. E invece niente. Tra Roger e Roma è successo di tutto, in questi lunghissimi 19 anni da leggenda per entrambi.

La crescita, insieme

Nel 2000 Roger Federer mise piede per la prima volta al Foro Italico: perse con l’ucraino Andrei Medvedev al primo turno ma cominciava a costruire la sua leggenda. Proprio mentre gli Internazionali BNL d’Italia cominciavano a costruire la loro nuova ‘grandeur’: 19 anni più tardi lui è universalmente riconosciuto come il più grande di sempre, mentre il torneo batte record su record di presenze, biglietti venduti e popolarità (tra i fan e i giocatori stessi).

I primi anni

Nel 2003, alla quarta partecipazione, arrivò la prima finale, quella di cui abbiamo parlato qui sopra, persa da Mantilla. Prima, una sconfitta nei quarti di finale contro il biondino sudafricano Wayne Ferreira, poi l’eliminazione all’esordio per mano dell’azzurro Andrea Gaudenzi.

 

Poca gloria insomma prima della delusione in finale, e a dire il vero anche subito dopo: nel 2004 arrivò il k.o. tecnico contro l’altro spagnolo Albert Costa, che lo arrotolò come uno dei suoi diritti al 2° turno. La Spagna era nel destino, di Roma e di Federer.

La battaglia con Nadal

Sì, perché il 2006 fu l’anno della finale epica contro Rafael Nadal. Cinque set, tutto in un tie-break, quello del quinto. Successe di tutto: con Roger che, nel pieno della trance agonistica, lanciò anche il famoso urlaccio ‘Is it okay Toni?’. In conferenza stampa disse che era rivolto al suo di Tony, Roche, che allora sedeva al suo angolo. Chi era in tribuna giura che ce l’avesse con l’altro Toni, Nadal, zio e coach di Rafa, che non si risparmiava incitamenti e qualche consiglio di troppo dalle prime file. Fu un capitolo chiave della loro rivalità, ma anche una delle finali più belle della storia degli Internazionali. Fu anche un segno: sul ‘rosso’ Rafael avrebbe gioito più di Roger, costretto a stare in scia dell’avversario ‘smanicato’ e, spesso, a mangiarne la polvere.

L’impresa di Volandri

Di storia si parla anche per il passaggio 2007 di Rogerone, ma di storia tutta italiana. Sì, perché quella volta lì fu il nostro Filippo Volandri a far finire le vacanze romane di Federer all'altezza degli ottavi. Il livornese si lasciò cadere schiena a terra guardando negli occhi il cielo di Roma, fece tremare il Centrale e allungò la carestia romana dello svizzero. Che proseguì imperterrita anche nel 2008, quando Radek Stepanek lo buttò fuori nei quarti di finale. Era l’anno dei tanti ritiri - Stepanek compreso avrebbe alzato bandiera bianca dopo 7 game consecutivi persi in semifinale contro Djokovic - e dello Stadio Pietrangeli ‘centralizzato’ con le tribune aggiuntive in attesa del nuovo impianto in costruzione.

Djokovic il guastafeste

Insomma a Roma qualche guastafeste Roger lo ha sempre trovato. Mantilla, Nadal, Volandri, Stepanek. Senza dimenticare Novak Djokovic che decise di unirsi al club dei Fenomeni anche sulla terra. Nel 2009 lo sgambetterà in semifinale, così come nel 2012 e, questa volta in finale, nel 2014. Insomma, quando non era il serbo, c’era qualcuno altro. Il matrimonio Roger-Roma non s'ha da fare.
Riassumendo: quando a Roma Federer si è presentato in condizione, c’era Nadal a rompere le scatole (come nella finale 2013, dominata dal maiorchino per 6-3 6-1); quando arrivava sottotono, gli altri si alternavano nel gusto di piazzargli lo scherzetto: Ernests Gulbis all’esordio nel 2010, Richard Gasquet l’anno successivo, addirittura Jeremy Chardy nel 2014.

L’ultima apparizione

Detto della finale persa in due set nel 2015 contro il Djoker, il 2016 fu l’ultimo anno di Roger Federer al Foro Italico. Si prese la responsabilità di ‘lasciar crescere’ un altro anno Sascha Zverev (che avrebbe poi vinto l’edizione 2017) battendolo al 1° turno, ma poi levò le tende davanti all’austriaco Dominic Thiem al successivo scalino di tabellone. Roma aspetta Federer, Roger vuole Roma. Ma manca ancora il bacio finale prima dei titoli di coda.
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