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Campioni internazionali

Nole non si ama, si teme. E lui soffre...

Djokovic è sempre più il primo della classe. Trita vittorie e avversari, può battere anche i record di Nadal e Federer ma il mondo continua a volere più bene ai suoi avversari. Lui è disposto a tutto per essere benvoluto: proverà a realizzare quello che non è riuscito agli altri: il Grande Slam

di Vincenzo Martucci | 13 maggio 2019

Novak Djokovic ha vinto Madrid: ha rimandato all’ultimo esame l’allievo più promettente, Stefanos Tsitsipas, che aveva appena umiliato Rafa Nadal sulla terra di casa. Alzi la mano chi si sorprende. Il serbo di gomma è come il primo della classe che fa notizia solo quando non riceve il voto più alto di tutti. Morale: il suo mondo, appassionati compresi, più che amarlo davvero lo teme, lo rispetta, lo aspetta. E Nole ne soffre, perché fa uno sforzo enorme per canalizzare la rabbia dell’infanzia difficile, nella sua Belgrado bombardata dalla Nato, della condizione economica certamente non florida, dei primi problemi di respirazione, dei secondi problemi di frustrazione contro i due mostri Federer & Nadal, dell’ansia da prestazione che l’accompagna da sempre, in tutto. Campione di famiglia, campione di Serbia, campione-marito e padre-campione. Per non parlare del campione tennista, campione “cannibale”, come era stato solo Ivan Lendl prima di lui. Campione che ha firmato gli ultimi tre Slam consecutivi, dominando l’erba di Wimbledon a luglio, il cemento di New York a settembre e quello di Melbourne a gennaio.

Campione in tutto

Ma non basta. Novak è anche campione della corretta alimentazione, campione della meditazione, campione di letture, campione di pensiero in un ambiente che si distrae coi videogame e i filmini. E, ultimamente è anche campione-politico. Per come si è tuffato nelle rivendicazioni della seconda fascia di colleghi che chiede più soldi, e deve districarsi nelle beghe dietro le quinte per la successione del numero 1 Atp, Chris Kermode. Col dubbio che forse sarebbe meglio confermarlo per un altro anno ancora.

    Se non li domasse davanti allo specchio, i capelli di Nole sarebbero come i suoi pensieri, irti come un porcospino: li reprime, li soffoca, li doma come fa con le emozioni. Anche se poi, umanissimo come tutti noi, a tratti, si blocca di botto, inspiegabilmente per i più, ma come qualsiasi serbatoio dalle mille riserve di energia. Gli è successo più volte al Roland Garros, indispettito da quel pubblico giacobino. Che in passato ha già ghigliottinato campioni (ricordate Martina Hingis?) e ne ha eletti altri, portandoli da tribuni della plebe ad imperatori (ricordate Guga Kuerten?).

Corti circuiti psicologici

Gli è successo tre anni fa, quando accusò un vero e proprio corto circuito degno di un trattato di psicologia, compreso il problema - con operazione chirurgica - al gomito e la corsa dal guru. E gli è accaduto ancora domenica, quando il povero Tsitsipas, vinto da quello jo-jo da fondocampo che gli faceva fare Nole, autentico supplizio per gli avversari, sognava soltanto la doccia. D’incanto, gli occhi del numero 1 del mondo si sono accesi di rabbia, i suoi gesti da perfetti sono diventati arruffati, il suo body language si è scomposto trasformandolo in un burattino senza fili, il dritto bilanciato al centimetro ha sballato, uno, due, addirittura tre match point. Anche se è stato un attimo, uno squarcio nella gestione perfetta di se stesso, poi il primo della classe è tornato lui, e ha chiuso, giustamente, il discorso. Rimettendosi in sella dopo la lunga vacanza con il successo che s’era preso dal finale di Melbourne contro Rafa.

Una vita infernale

Chissà Dante dove lo avrebbe collocato nell’aldilà. Il suo inferno è in terra: il suo premio è sempre meno grande di quello degli altri, costretto com’è a rimettersi subito in caccia, braccato da tutti, con gli ostacoli che si susseguono agli ostacoli in un bolero esaltante ma anche sconvolgente, opprimente, terribile. Subito dopo la montagna-Madrid, c’è la vetta-Roma, una tappa fondamentale verso la conquista del Roland Garros di Parigi. Che è importante, è la seconda tappa stagionale dello Slam, è quella che Novak ha sfatato solo nel 2016 - unico dei Major dove ha messo una sola tacca, contro i 7 Australian Open, i 4 Wimbledon e i 3 Us Open - ma non è l’ultima meta. Perché poi, il primo della classe deve vincere Wimbledon e dopo ancora anche New York. E quindi, forse, finalmente, chiudere le sue scalate verso il cielo, cioè firmare il Grande Slam. Com’è riuscito nella, storia soltanto a Don Budge e, due volte, a Rod Laver. Perché se gli esami non finiscono mai per nessuno, per Novak Djokovic la trafila è ancor più lunga, e difficile, e dura.