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Campioni internazionali

E' un Roger da ammonizione

A quasi 38 anni Federer ha ancora la voglia di vincere di un ragazzino. E che rabbia quando le cose non girano: spara una palla in tribuna e si becca un ‘warning. Poi però salva due match-point e batte quel Monfils che sulla terra battuta l’aveva messo sotto in finale di Davis

di Vincenzo Martucci | 10 maggio 2019

Ma come fa? Perché Roger Federer è riuscito ancora una volta a stupire, ad avere la meglio su Gael Monfils a Madrid e, dopo aver recuperato da 1-4 al terzo set, ha salvato anche due match point, per imporsi al tie-break? Subito dopo l’ultima impresa dello svizzero delle meraviglie che mancava alla terra rossa da addirittura tre anni, i numeri si succedono ai numeri, alle statistiche, alle percentuali, riempendo bocche, orecchie, spazi, taccuini.

D’accordo, il Fenomeno ha firmato il successo numero 20 dopo aver annullato match point, ha mantenuta intatta la statistica che lo vuole sempre vittorioso dopo il primo set dominato per 6-0, ha siglato il primo quarto di finale sul rosso dal Roland Garros 2015, ha messo in bacheca la vittoria numero 1200, secondo di sempre dopo Jimmy Connors a 1274.

Ma, attenzione, i numero sono aleatori. A cominciare da quel 37, gli anni, abbondanti, perché ci va aggiunto un 8, cioé i mesi trascorsi dal compleanno dell’8 agosto scorso, per arrivare all’età di Federer. Sul campo da tennis, e nello sport in generale, è fuorviante anche la classifica, vale come riferimento, ma non influisce a prescindere sulla bilancia del risultato, in special modo quando in campo ci sono giocatori di talento, come il Magnifico (n. 3 Atp) e Gael Monfils (18), fenomeno di atleticità e tocco e fantasia. Peraltro già capace di battere 4 volte il più grande tennista di sempre, nei precedenti 13 confronti. E, di certo, non sono i numeri quelli che i giocatori ricordano. A meno che non siano davvero clamorosi.

Il perché va cercato nel dna del campione, nell’orgoglio, nella capacità di risettare continuamente punteggio e sensazioni, reinventando, di volta in volta, diagonali, scelte, colpi. Per anticipare, frastornare, sorprendere, battere un avversario che stima, che gli dà fastidio col suo gioco potente, che esegue alla perfezione la transizione difesa-attacco, che ha una spiccata personalità e che lo conosce benissimo.

Per riuscirci, RogerExpress si sveste ogni volta proprio dei famosi numeri di cui sopra, a cominciare dai 20 Slam-record. E si rimette in discussione, divertendosi ed esaltandosi nella sfida con se stesso, col gioco che è cambiato negli anni e cambia ancora nell’altura di Madrid. Inscenando quei balletti deliziosi, unici, quegli autentici inni alla gioia, di chi è felice di esserci, di vivere da protagonista di poter decidere il proprio destino. Rappresentazioni straordinarie che rimpiangeremo quando, probabilmente dopo l’Olimpiade di Tokyo 2020, deciderà di ritirarsi. 

Così si spiega il clamoroso ‘warning’, davvero insolito per un gentleman come lui, cioè il richiamo arbitrale che gli è stato giustamente comminato dal giudice di sedia. Perché, frustrato, ha scagliato una palla in tribuna nel terzo set. Innervosito dai troppi errori gratuiti, dai troppi slice di rovescio corti, dalla partita che era diventata così tanto complicata dopo quel primo set dominato in appena 19 minuti, con l’acceleratore sempre premuto al massimo. Così si capisce perché nei momenti topici, Roger si butti a rete rilanciando il servizio-volée, e cancellando i match point con una soluzione che dà un ulteriore tocco di teatralità. In quei momenti, si butta anche alle spalle tutti i numeri che vengono in mente a chi assiste alla partita e propone all’avversario il quesito più delicato del tennis: tira, prenditi la responsabilità, superami, battimi, fammi vedere i tuoi numeri. I miei li sai.