-
Campioni Next Gen

A fil di rete - Sinner: ”Voglio arrivare n.1”

Battendo a Vienna il tedesco Kohlschreiber, lo juniores altoatesino entra matematicamente tra i primi 100 giocatori del mondo. E’ il più giovane del gruppo ma i suoi obbiettivi sono altri e per lui molto chiari. Ora dobbiamo solo goderci lo spettacolo della sua ascesa, sapendo che il percorso è lungo e che cadute e risalite faranno parte del gioco

di Enzo Anderloni | 23 ottobre 2019

“Il sogno è di vincere degli Slam. Però io non voglio dire dei numeri, anche perché così un po’ di pressione me la tolgo. Se adesso vi dico che voglio vincere 20 Slam e poi magari non li vinco, non mi sento bene neanch’io. Come ranking ovviamente vogliamo arrivare n.1. Non mi metto in dubbio in quello, perché credo che il potenziale ce l’ho e ho un buon team dietro di me. Ho Riccardo che da quando sono venuto a da lui è come un papà per me…”.

La freschezza e la tranquilla risolutezza di Jannik Sinner sono spettacolari come quelle bordate di diritto che lui esplode senza sforzo apparente. Guardare questo spezzone di intervista da Vienna, postato su uno degli account di twitter che fanno capo a lui e al suo team (Riccardo Piatti è seduto accanto a lui), lascia una sensazione nuova. Capisci che il ragazzino con i capelli rossi guarda lo stesso mondo che stai guardando tu ma vede cose diverse e soprattutto ha la certezza di volerlo e poterlo cambiare.

Perché per lui è normale, quasi facile. E’ la stessa sensazione che trasmette dal campo. Il pubblico lo vede entrare col borsone, lungo lungo, con le lentiggini e quell’aria da trampoliere adolescente in formazione e poi progressivamente resta sempre più a bocca aperta. Più che la potenza, qualche volta la meraviglia balistica, dei suoi colpi, lascia di stucco la semplicità di questo suo nuovissimo tennis vincente.

Al primo turno del torneo Atp 500 di Vienna, la consacrazione definitiva e il primo tassello del grande quadro fissato per sempre: affronta e batte il tedesco Philipp Kohlschreiber, n.79 del mondo, e incassa i punti che lo collocano con sicurezza, da lunedì 28 ottobre, tra i primi 100 giocatori del mondo (dunque sicuramente in tabellone del primo Slam del 2020 in Australia). Nella classifica virtuale, il cosiddetto “ranking live” è addirittura già al 91esimo posto. Quando ha giocato il primo torneo dell’anno, in gennaio a Monastir (Marocco), era n.549.

Al di là di questo ingresso nella top 100, che ha valenza più che altro formale, come un certificato, la partita contro un giocatore come il tedesco, già n.16 del mondo, era una delle più caratteristiche “prove del nove”. Nel tennis, a tutti i livelli, ci sono i giocatori-riferimento. Non sono i più forti, i vincitori. Sono quelli di accertata solidità ed esperienza. Quelli che devi battere perché “non si battono da soli”, non ti regalano niente. “Kohli” è uno di questi. Uno che sa attaccare e difendere, splendido rovescio a una mano, e che ha sempre infastidito tutti. Persino Roger Federer, che non è mai riuscito a battere ma con il quale ha lottato strenuamente molte volte.

Risultato? 6-3 6-4 Sinner. Con la solita semplicità. Servizio già molto forte (che di sicuro crescerà ancora moltissimo con il consolidamento fisico dei prossimi anni), e poi diritto e rovescio cui fai fatica a star dietro.

Anche Kohlschreiber, come Stan Wawrinka la settimana scorsa ad Anversa, ha capito subito che non poteva reggere il ritmo del ragazzino picchiando come lui. E ha cominciato a rallentare e variare con il rovescio tagliato. Solo che lo svizzero, un grande campione con tre Slam nel palmares, ha avuto poi la forza, la bravura e l’esperienza per aggredire con i suoi colpi possenti, rompendo le geometrie dell’azzurrino. “Kohli”, che è solo un giocatore molto forte (8 vittorie nel circuito Atp) ha limitato i danni, reso la lezione meno veloce e impietosa.

Pazzesco: Sinner è già in grado di sbriciolare giocatori così. Che fosse molto forte, che il potenziale fosse da n.1, insomma tutte le cose che dice lui candidamente, lo sapevamo. Vederlo sul campo, toccare con mano questa qualità superiore è impressionante. Perché si percepisce la statura del grande giocatore: fino a un certo livello non deve fare cose straordinarie per vincere. Entra il campo e fa il suo, ordinaria amministrazione: per l’avversario è notte.

Unica avvertenza: ora che si prepara, per noi italiani, un periodo di grandi soddisfazioni e prospettive, è tempo di dimostrare che insieme ai nostri tennisti siamo cresciuti anche noi spettatori appassionati. E abbiamo capito che, per bravi che siano, in grado in futuro di regalarci titoli e posizioni in classifica di qualità assoluta, avranno bisogno dei loro tempi. Parliamo al plurale perché mentre ci riferiamo a Jannik Sinner che entra nei top 100 pensiamo anche a Matteo Berrettini a un passo dai top 10. Il caso di Diego Nargiso, che arrivò al n.67 del mondo nel 1988, quando aveva 18 anni, e che non andò mai più in alto di così, è la lontana statistica che deve servirci da monito. I record di precocità sono inutili e spesso controproducenti.

La crescita di un tennista di alto livello prevede ascese, momenti di stallo, momenti difficili, risalite, consolidamento, nuove ascese. Spesso è più facile fare un grande balzo verso l’alto nell’arco di una stagione che non confermare la posizione raggiunta durante l’annata successiva. Quest’anno, per esempio, qualcuno è riuscito a parlare di crisi di Stefanos Tsitsipas nel momento in cui il 21enne greco, tra giugno e settembre, ha infilato una serie di uscite al primo turno e mandato messaggi social di travagli interiori. Aveva iniziato la stagione da n.15 e ora è n.7 del mondo, si è qualificato per le Atp Finals di Londra e ha battuto Federer in Australia, Nadal a Madrid e Djokovic a Shanghai. Di che crisi si stava parlando?

Dunque mentre ci godiamo le splendide vittorie di Sinner e Berrettini, ricordiamoci che hanno appena cominciato il oro cammino. Hanno a disposizione almeno un decennio per mettere a punto “le macchine”. Di sicuro serviranno loro almeno due o tre stagioni per arrivare a conoscere a fondo se stessi e i loro avversari nella gara ai massimi traguardi. Perché è di questo che stiamo parlando, Jannik l’ha detto chiaro: non vuole dire 20 Slam (perché se poi magari non riesce…) però n.1 , quello sì. E’ ovvio.

Commenti

Partecipa anche tu alla discussione, accedi