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ART “TAPPY” LARSEN, UNA VITA A TUTTA… BIRRA

Genio e sregolatezza, era soprannominato “Tappy” perché superstizioso

di Enzo Anderloni | 04 marzo 2017

Genio e sregolatezza, era soprannominato “Tappy” perché superstizioso. toccava tutto alla ricerca di gesti e oggetti portafortuna. A volte parlava con un uccello immmaginario. Beveva e fumava, ma vinse a New York…

di Alessandro Mastroluca

“Ricordatevi di quanto vi dico. Se ci rimarrete, quelli di noi che sopravviveranno potranno dire di voi: fu un bel modo di morire, quello, sulle spiagge normanne”. Così parlava il sergente della prima divisione a pochi minuti dallo sbarco in Normandia. Al giorno più lungo della storia moderna partecipa anche Arthur Larsen. Vede gran parte dei soldati della sua unità morire a Omaha Beach e quasi tutta la sua unità sterminata nella battaglia per la presa di Brest. Torna a casa con quattro medaglie, con le ferite di tutti i reduci, nel corpo e nell’anima. Un medico gli dice che giocare a tennis può fargli bene. È il consiglio che gli cambia la vita.

60 sigarette al giorno
Figlio di un pugile, nipote di un giocatore di baseball, Larsen è il prototipo degli artisti mancini made in Usa, della stessa pasta dei Connors e dei McEnroe. È un ribelle senza causa, che intrattiene lunghe conversazioni con un uccello immaginario sulla spalla. Lo chiamano “Tappy” perché tamburella su qualsiasi cosa, convinto che sia un portafortuna. Spinge la superstizione ai limiti della mania, dalla paura di morire alla paura di perdere, il passo non è poi così breve. Tocca una porta ogni volta che la attraversa, una volta se è lunedì, due se è martedì e così via. In campo, si legge sull’Independent, dà un colpetto a terra col piede e la racchetta prima di servire. Tocca la rete, la sedia dell’arbitro, la riga di fondo, l’avversario. Sceglie ogni giorno un numero fortunato e si cambia vestiti quel numero di volte.
È un fumatore accanito, secondo Philippe Chatrier arriva anche a 60 sigarette al giorno. Va a letto all’alba, si concede ogni possibile peccato di gola anche subito prima delle partite (Stepanek chi?), beve, dalle sei alle otto birre alla vigilia dei match. Eppure vince gli Us Championships del 1950 e raggiunge la finale al Roland Garros nel 1954, sconfitto da Tony Trabert. L’anno successivo si ripresenta a Parigi e, come da tradizione, trascorre più tempo a Pigalle che in campo. Ma al primo turno, nonostante tutto, domina Georges Deniau. “Sai stanotte ero ubriaco - gli dice al cambio campo dopo il terzo gioco - e da ubriaco sono il miglior giocatore del mondo”.

Smorzate d’artista
Art, un nome un perché verrebbe da dire, ha il talento che basta alle sue mani e un tennis basato sull’invenzione. “Sarà ricordato a lungo per il notevole controllo, per la finezza, per il tocco”, scriveva il corrispondente del West Australian. “Non ha apparenti debolezze in nessun distretto del gioco e sa usare alla perfezione i cambi di ritmo e di rotazione. Sembra sapere sempre dove mettere la palla e vince parecchi punti con morbide palle corte”. Il servizio mancino, solido anche se non particolarmente potente, due affidabili fondamentali a rimbalzo e una notevole velocità di piedi, di pensiero e di mani sotto rete, lo rendono il primo a vincere i campionati nazionali americani su tutte le quattro superfici (terra, erba, duro e indoor). “È la personalità più eccentrica del tennis”, scrive Bill Talbert dopo l’incidente di moto che pone fine alla sua carriera nel 1957.
È il tennista che i tifosi odiano e amano. A Genova, durante un torneo, colpisce un raccattapalle ma il pubblico lo difende per evitargli la squalifica. A Wimbledon, racconta Dick Savitt, “un uccello volò sul campo e ci rimase per un po’. Quando riprese a volare gli lanciò la racchetta contro”. Stava minacciando la sua immaginaria aquila portafortuna. “Non voglio essere un bad boy - diceva -. Sono solo un uomo”.

WikiLarsen, la scheda
Nato a Hayward, California, il 17 aprile 1925, Arthur Larsen ha chiuso la carriera con un solo Slam, gli Us Championships del 1950. Quell’anno John Oliff l’ha inserito al numero 3 della classifica mondiale. Finalista al Roland Garros nel 1954, dal 1969 è inserito nella Hall of Fame.