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MISCHA ZVEREV E IL SUO CURIOSO CASO… ALLA BENJAMIN BUTTON

Ringiovanisce invecchiando, quasi come Brad Pitt nei panni di Button

di Enzo Anderloni | 25 gennaio 2017

Ringiovanisce invecchiando, quasi come Brad Pitt nei panni di Button. Da ragazzo ha subito una serie di infortuni infiniti, ora grazie al fratellino Sascha (più forte di lui), è tornato. Ed è diventato il primo dei due a centrare gli ottavi Slam

da Melbourne, Angelo Mancuso - foto Getty Images

Una famiglia con la racchetta nel DNA. I fratelli Zverev, Mischa e Alexander, sono uno dei rari esempi di figli d’arte nel tennis. Il padre Sasha è stato un discreto giocatore degli anni Ottanta, top 200 e Davisman con l’Unione Sovietica. L’ultimo davvero competitivo è stato Edouard Roger Vasselin, numero 35 nel 2014, il cui padre conquistò un’incredibile semifinale al Roland Garros nel 1983. Prima di lui ci sono stati Leif e Joachim Johansson, quindi Phil e Taylor Dent. Pochi, perché i tennisti generalmente tendono a “proteggere” i figli da una carriera che può essere faticosa e poco remunerativa. Insomma piena di ostacoli e possibili delusioni.

Il patriarca
Non è stato il caso di Sasha Zverev. Nel 1991, due anni dopo la caduta del Muro di Berlino, il patriarca ha fatto armi e bagagli e si è trasferito in Germania, dove è diventato maestro di tennis, con la moglie e il primogenito Mischa, nato a Mosca, di 10 anni più grande rispetto al fratello. Si sussurra che allora, come adesso, sia mamma Irina a prendere in famiglia le decisioni che contano. Si è subito capito che lo Zverev “buono” era quello nato ad Amburgo il 20 aprile 1997. Anche se pure Mischa non è male: papà Alexander senior li allena entrambi e ha commesso con il maggiore dei due pargoli tutti gli errori che ora sta cercando di evitare con il fratellino.

Il predestinato
Il più piccolo della famiglia diventerà più forte, è lui il predestinato, il capofila dei Next Gen che nei prossimi anni dovranno raccogliere la pesante eredità dei Fab Four. Alexander è il prototipo perfetto del tennista moderno: altissimo (198 centimetri), possiede un’ottima predisposizione mentale e una facilità di braccio impressionante incastonata in un tennis alla Djokovic, basato sulla pressione da fondocampo. Oltre che su un servizio che fa male. La sua freschezza e la mano educata lo hanno già reso un personaggio in campo e sui social. Solo su Instagram ha superato i 100.000 followers, dimostrando di essere entrato nel gotha del tennis anche dal punto di vista dell’attenzione mediatica.

Apripista a sorpresa
Però è il mancino Mischa il primo Zverev a raggiungere i quarti in uno Slam. Lo ha fatto agli Australian Open mettendo alla porta niente meno che il numero 1 Andy Murray. Lo ha fatto riportando sulla Rod Laver Arena il caro estinto serve & volley dei tempi che furono. Ha tolto finanche l’aria allo scozzese con 118 discese a rete, roba da guinness dei primati. Andy è rimasto annichilito di fronte ai numeri da acrobata circense del rivale. Gesti che hanno ricordato il miglior Becker. Mischa si è così ritagliato la sua giornata di gloria dopo che due anni orsono era uscito dai primi mille della classifica mondiale a causa di una serie infinita di infortuni e con la prospettiva, al massimo, di un ruolo da coach o sparring del fratello minore. Che intanto cresceva a vista d’occhio attirando l’interesse degli addetti ai lavori. Mischa nel 2009 a Shanghai, contro Fernando Gonzalez, si era rotto il polso sinistro, poi ha avuto un’ernia del disco nella parte bassa della schiena e si è strappato il tendine rotuleo del ginocchio. Un pieno di cattiva sorte da restare senza parole. Ce n’era abbastanza per gettare la spugna. E invece…

Spirito di emulazione
E invece il fratellino, più avanti in classifica e candidato al ruolo di “number one” di un futuro neppure tanto distante, gli ha probabilmente salvato la carriera. Mischa è forse il caso più clamoroso dello sport di un fratello maggiore trainato da quello minore. Quando il piccolo Alexander ha cominciato a bazzicare i tornei Futures, ha riacceso la fiammella dell’orgoglio del fratellone. “Alexander è stato un fattore importante - ha ammesso Mischa -, è stato lui a spingermi, a farmi lavorare duro e a cercare di fare del mio meglio. Allenarmi con lui che è così giovane mi ha fatto capire quanto amassi il tennis. Ha fatto molto bene negli ultimi due anni e non volevo restargli troppo dietro, in fondo sono io il più grande. Ci siamo aiutati l’un l’altro e credo di essere in grado di fare ancora qualche danno”. Se n’è accorto Andy Murray: “La vita cambia molto velocemente”, ha detto dopo aver battuto il britannico. Adesso ne sarà ancora più convinto: sono bastate tre ore e mezza per regalargli un'impresa che passerà alla storia, di cui ci ricorderemo tra anni. E il bello, con Alexander, deve ancora arrivare.