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LA STORICA COPPA DAVIS DEL 1976… 40 ANNI DOPO

A quarant’anni dalla nostra storica conquista della Coppa Davis risuonano ancora gli slogan con cui si contestava la dittatura cilena, pretendendo che Panatta, Barazzutti &

di Enzo Anderloni | 24 dicembre 2016

A quarant’anni dalla nostra storica conquista della Coppa Davis risuonano ancora gli slogan con cui si contestava la dittatura cilena, pretendendo che Panatta, Barazzutti &co si rifiutassero di giocare a Santiago. Poi Berlinguer, il segretario del Pci, cambia idea e capitan Pietrangeli guida la spedizione vincente

di Alessandro Mastroluca

Molto più di una finale. L'unica Davis dell'Italia segna il lustro che porta dall'11 settembre 1973, dal colpo di Stato in Cile del generale Pinochet, al 16 marzo 1978, all'eccidio di via Fani e al buco nero della Repubblica. In mezzo, l'assassinio dell'ex ministro Letelier a Washington e dell'esule Bernardo Leighton a Roma, il compromesso storico Dc-Pci e una partita che mobilita e divide, che polarizza e sconvolge.
L'Italia arriva in finale dopo la splendida vittoria contro la Gran Bretagna a Wimbledon, sul campo 1, con Tonino Zugarelli grandioso contro il mancino Roger Taylor ma di nuovo “riserva” nella finale Interzona contro l'Australia al Foro Italico. Panatta deve aspettare il lunedì per vincere il suo singolare con John Newcombe, sospeso per oscurità, davanti a un pubblico che sfodera un tifo da stadio. In finale, non c'è la favorita Unione Sovietica, perché si è rifiutata di ospitare il Cile per ragioni ideologiche: come tre anni prima, quando la nazionale Urss non era andata a Santiago per il ritorno dello spareggio di qualificazione al Mondiale e il gol farsa del capitano Francisco Valdes sancì una gioia triste.

L'anno nero d'Italia
Il 1976 in Italia è un anno nero: terremoto in Friuli, lo scandalo Lockheed, l'omicidio del giudice Vittorio Occorsio e del missino Enrico Pedenovi, il primo rivendicato da Prima Linea. Ma ci si divide per una partita, perché “non si giocano volée con il boia Pinochet”. Giulio Onesti, allora presidente del Coni, sarebbe favorevole alla trasferta ma non si espone troppo, anche perché sta per essere sostituito. Galgani, da poco eletto presidente della FIT, ostenta la stessa prudenza. Enrico Berlinguer, segretario del Pci, inizialmente spinge per il boicottaggio ma riesce a consultarsi col leader comunista cileno Luis Corvalán e cambia idea. Ignazio Pirastu, allora responsabile della Commissione Sport della Direzione del Pci, certifica il cambio di rotta in tv, presente anche Nicola Pietrangeli.

Il trionfo… azzurro
Il resto è storia. L'Italia, racconta Pietrangeli, viene accolta e trattata benissimo, il generale Leigh non si perde una partita della tre giorni: per questo Galgani non si farà vedere in tribuna d'onore. “Sport sì, politica no” dichiara il presidente della federazione cilena Juan Carlos Esgues. Nel primo singolare Barazzutti, paralizzato dall'emozione, vince il primo set ma perde il secondo contro Jaime Fillol, che pure soffre per uno stiramento inguinale. Il pubblico protesta a lungo contro l'arbitro Morea per una chiamata dubbia nel quarto set, ma il match non ha storia: Barazzutti chiude 7-5 4-6 7-5 6-1. Nel secondo singolare, Panatta lascia sette game a Cornejo (6-3 6-1 6-3).
Il doppio è segnato dalla maglietta rossa con cui scendono in campo Panatta e Bertolucci. Un gesto che per Giancarlo Baccini, allora inviato del Messaggero, non aveva valore di provocazione politica, come ha dichiarato a Lucio Biancatelli e Alessandro Nizegorodcew per il libro “1976. Storia di un trionfo”. Giocheranno, comunque, il quarto set in maglia azzurra. Pietrangeli riceve l'Insalatiera direttamente dalle mani del presidente dell'ITF. Ma al rientro in Italia ad accoglierli ci sono 12 persone, racconta. “Eravamo partiti di nascosto scortati dai carabinieri, dai voli nazionali perché dagli internazionali ci aspettavano per tirarci i sassi” racconta nel libro. “Quella Davis del 1976 fu, dal punto di vista sportivo, stupenda. Dal punto di vista politico una gran brutta figura dell’Italia”.