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LE MANONE DI JUAN MARTIN DEL POTRO SULLA COPPA DAVIS

Sono quelle che vanno a prendersi la prima Insalatiera della storia d'Argentina

di Enzo Anderloni | 30 novembre 2016

Sono quelle che vanno a prendersi la prima Insalatiera della storia d'Argentina. Proprio sotto gli occhi di Diego Maradona, anche lui a Zagabria. Il miracolo contro la Croazia è di Juan Martin Del Potro. E pensare che lo criticavano…

di Andrea Nizzero - foto Getty Images

“Y pensar que te criticaban Delpo…”: lo striscione campeggia dietro il primo piano di Juan Martin Del Potro, in lacrime mentre cerca di bofonchiare qualche parola per le televisioni, istanti dopo la vittoria più bella della sua carriera. La storia sportiva di un Paese e la storia personale di un essere umano racchiusi in un fotogramma da Zagabria, il luogo dove il destino ha dato appuntamento all'Argentina, la più forte Nazionale a non aver mai vinto la Coppa Davis. Fino a Del Potro, fino a domenica. E pensare che ti criticavano, ragazzone di Tandil, tu che sei destinato a competere per il titolo di più grande tennista della storia d'Argentina. E pensare che non dovevi più giocare a tennis. E pensare che, braccato dalla malasorte e dai tuoi polsi di pastafrolla, ti eri ritrovato abbandonato dai tifosi e dalla tua squadra perché nemmeno ti credevano, che il polso ti faceva male.

Quel polso nel 2012…
Le accuse di tradimento da parte di stampa e colleghi per un singolare non giocato a causa del dolore, nelle semifinali di Davis del 2012, sono un capitolo brutto di questa storia, ma che non si può tralasciare per coglierne a pieno il lieto fine. Si dice che non puoi conoscere il dolce se non hai conosciuto l'amaro: fosse davvero così, allora nessuno della squadra albiceleste sarà in grado di apprezzare il miele di questa vittoria storica, bellissima, incredibile in senso letterale, quanto Juan Martin. L'amaro l'hai assaporato, tuo malgrado, in tutte le sue sfumature: il tuo fisico che ti tradisce all'apice della tua giovane carriera, la lontananza dai campi negli anni migliori, il vuoto che ti si crea intorno quando non giochi o non vinci abbastanza, le due ricadute dopo la prima operazione chirurgica, l'incertezza, le chiacchiere maligne sul tuo stato psicologico.

L'intelligenza emotiva
“È un genio. Il suo cuore è così grande”: sono le poche parole usate domenica da Daniel Orsanic, capitano della squadra campione, per descrivere il capolavoro che Del Potro ha fatto di se stesso e della sua carriera. Se avete sentito parlare di intelligenza emotiva ma non avete idea di che cosa sia, non guardate oltre: la genialità di Juan Martin sta nella sua emotività, nel suo rifiutare il ritiro nonostante la terza operazione chirurgica ai polsi e un'immersione nel mondo buio della depressione; nell'aver capito che esternare e palesare le proprie difficoltà e la propria fragilità, come ha saputo fare raccontando la storia del suo recupero sui social network, poi ti rende più forte; nel voler inseguire un rientro senza porsi obiettivi ma nemmeno limiti, con la consapevolezza che lavorare per dare un ceffone alla sfiga è la miglior terapia che tu possa regalarti. Un tizio che lo conosce piuttosto bene, il chirurgo statunitense Richard Berger che l'ha operato alla Mayo Clinic di Rochester e poi seguito nella riabilitazione, di lui ha detto: “È un esempio per la fede inscalfibile [che ha avuto] nel suo recupero e per l'ostinata determinazione a tornare, compresa la modifica al suo swing, una delle cose più difficili da fare per un campione”. Negli ultimi sei mesi ha collezionato vittorie su Novak Djokovic, Andy Murray, Rafael Nadal, Stanislas Wawrinka, tanto per citare qualche nome. Le Olimpiadi e la Coppa Davis sono diventati, anche grazie a lui, gli eventi più belli ed emozionanti di questa stagione tennistica.

Quattro tentativi a vuoto
Quella di domenica è la più bella vittoria della sua carriera, non solo perché rimontando due set di vantaggio a un Cilic ai limiti della perfezione ha reso possibile una vittoria ormai sfumata. È la più bella perché ha segnato il momento in cui Juan Martin ha vinto. Definitivamente, si potrebbe dire, non fosse quasi un ossimoro in questo sport. Però è così: per la prima volta nella sua vita, Delpo potrebbe decidere di ritirarsi domani e la sua carriera andrebbe in archivio come una storia bellissima, e completa. La Coppa Davis regalata al suo Paese, la nazione più forte a non averla mai vinta e l'unica ad aver perso quattro finali (1981, 2006, 2008, 2011), è il cazzotto che ha mandato la sfortuna al tappeto, il tocco di bacchetta magica che non cancella le sofferenze trascorse ma, ancor meglio, le trasforma in un ricordo prezioso.
Con gli US Open vinti nel 2009 e le medaglie di bronzo e d'argento vinte alle Olimpiadi del 2012 e 2016, Delpo sarebbe una leggenda anche senza essere passato attraverso i suoi calvari e anche senza questa Davis.

Marin e Martin, fratelli diversi
Ma dopo domenica, dopo la rimonta ai danni di Marin Cilic, è ufficialmente diventato uno dei più grandi sportivi della storia dell'Argentina, in quel gruppo frequentato dai Manu Ginobili, dai Juan Manuel Fangio, dai Carlos Monzon. E nessuno di questi ha fatto perdere la testa al più grande di tutti, un Diego Armando Maradona incontenibile in tribuna, come ha fatto Delpo a Zagabria.
La storia di Del Potro è solo una parte, per quanto preponderante, del film di questa Coppa Davis. Il lato amaro è negli occhi di Marin Cilic, il parallelo balcanico di Juan Martin, che è tornato a perdere una partita dopo essere stato due set in vantaggio, per la terza volta quest'anno. Nati a 5 giorni di distanza (28 e 23 settembre 1988), Marin e Juan avrebbero dovuto dare vita a una rivalità che si è poi concretizzata solo in parte. Prima che le loro strade si complicassero e si separassero, dopo una carriera da junior a braccetto, nel 2008, 2009 e inizio del 2010 questi due ci hanno regalato delle sfide memorabili, ed erano lanciati verso le vette occupate da Nadal e Federer. Hanno molto in comune: una struttura fisica simile, i modi gentili, l'intelligenza e la dolcezza di carattere, una psiche complessa, il diritto fenomenale, il successo insperato contro i giganti a New York. Marin però non ha mai goduto della stima dell'universo di appassionati che ruota intorno al tennis, e agli occhi di troppa gente la sua vittoria agli Us Open del 2014 rimane poco più che una botta di fortuna. Per lui, domenica, poteva essere l'occasione per chiudere la bocca a tanti, e chi non capisce di tennis dovrà attendere ancora per coglierne a pieno il valore.

Capitan Orsanic e gli altri eroi
Questa storia incredibile appartiene anche a Leonardo Mayer e Federico Delbonis, splendidi gregari capaci di suggellare (con autentiche montagne di pressione caricate sulle spalle) il lavoro di Del Potro. A Glasgow in settembre, dopo l'epica vittoria del tandilense contro Murray, fu Mayer a vincere il quinto punto contro Daniel Evans, sotto gli occhi del primo ministro scozzese. Questa volta è toccato a Delbonis battere Ivo Karlovic a Zagabria, sotto gli occhi della presidentessa croata Kolinda Grabar-Kitarovic, per cogliere un'occasione irripetibile.
Il lato razionale di questo film, invece, è nell'emozionato contegno di Daniel Orsanic, l'eminenza grigia cui era stata passata la patata bollente di una nazionale a pezzi, sconvolta dalle faide interne e dalle sconfitte. Ne ha fatto una squadra e, qualche mese dopo, quella che rimarrà una leggenda popolare.

Cara, vecchia, adorata (e criticata) Coppa Davis
Ci sono, e ci sarebbero, così tanti intrecci da raccontare a proposito di una vittoria attesa oltre novant'anni, colta infine in quella terra da cui discendono centinaia di migliaia di argentini odierni, tra cui proprio Orsanic. Rimane il fatto che la Coppa Davis, quasi ogni anno, ci fa commuovere e girare la testa. I suoi difetti così simili a dei pregi la rendono una competizione unica in tutto il panorama sportivo mondiale, e le emozioni che suscita - non contano solo, o soprattutto, quelle? - dovrebbero essere sufficienti a renderla immune da critiche stucchevoli e da riforme azzardate. L'atmosfera di Zagabria è una di quelle che riconcilia con lo sport. Y pensar que te criticaban, Davis.