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ANDY MURRAY A LONDRA DIVENTA… MASTER & COMMANDER

Andy Murray vince la prima finale del Masters con in palio il n

di Enzo Anderloni | 23 novembre 2016

Andy Murray vince la prima finale del Masters con in palio il n.1 del ranking. È la consacrazione: schivato l'ultimo assalto di Djokovic. Ecco come, in una stagione divisa a metà con il serbo, la sfida decisiva l'ha stravinta lui

da Londra, Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

Dunblane regna. Si sprecano le prime volte nella domenica che trasforma in leggenda la storia di Andy Murray. La sua prima finale al Masters, la prima nella storia del torneo che decide il numero 1 del mondo. Il primo trionfo lo rende anche il primo britannico a chiudere l'anno in vetta al ranking. È festa per due a Dunblane, con Jamie che forma la miglior coppia di doppio insieme a Soares: mai due fratelli avevano comandato insieme le due classifiche.

Il volto della vittoria
Mentre la O2 Arena esplode nell'applauso probabilmente più forte mai riservato qui a un tennista, Murray riserva al pubblico il suo volto da vittoria, quell'espressione quasi dubbiosa, mai davvero felice, ai limiti della sorpresa per essere riuscito davvero a ribaltare i pronostici, a regalarsi un sogno, una felicità a lungo inseguita dall'altra parte dell'arcobaleno.
Nell'aria elettrica della casa dei Maestri, dentro una Londra dickensiana, fredda e piovosa ma già illuminata per Natale, è Novak Djokovic a perdere la finale prima ancora di essere lo scozzese a vincerla. La differenza di lucidità nelle scelte e negli schemi di interpretazione ne fanno un trionfo dell'intelligenza, la superiorità della mente su un fisico piegato, almeno all'apparenza, da una settimana di corse e affanni. L'uomo simbolo degli “ice bath”, i bagni nell'acqua ghiacciata che forse servono e forse no a ridurre la produzione di acido lattico, scalda la O2 come nessuno. E dimostra, anche a Djokovic, che le risorse sbiadite di spirito competitivo vanno cercate altrove, non negli abbracci, nella pace e nell'amore dei guru.

Eroe per un… anno
Il cuore di Murray rallenta, ma la testa cammina in un buio dipinto d'azzurro, mentre David Bowie si unisce al coro di chi ha capito che sì, si può fare di più e si può essere eroi, per un giorno, per una notte, per una stagione. Nella prima edizione da un decennio senza Nadal e Federer, la O2 Arena si è mostrata in tono un po' minore, con una sezione chiusa per la prossima costruzione di un'area commerciale e un pubblico più freddo e distratto del solito.
Molto movimento nell'impianto ma anche non pochi posti vuoti sulle tribune per i doppi e perfino per i singolari. Murray è anche l'unico che abbia fornito, prima della finale, prestazioni all'altezza della storia, dello spirito di un torneo cui sempre più spesso i giocatori arrivano con poche energie e motivazioni, portafoglio a parte.

Formula… d'esportazione?
Djokovic, e non c'è da stupirsi alla luce dell'esibizione con Goffin, ha difeso il tanto vituperato format, il round robin che De Villiers volle anche nel circuito (e fu un fallimento annunciato). Vorrebbe esportarlo anche alle Olimpiadi, Nole, con tutti gli effetti collaterali e il rischio di vedere partite inutili, seppur strapagate sia in termini di prize money che di biglietti (fino a 70 sterline per un doppio e un singolare, anche se del tutto ininfluente).

La stagione di Raonic
La settimana della O2 Arena, su una superficie che è la seconda più veloce in calendario, esacerba, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il solco che resiste fra quel che resta dei Fab Four e il resto del mondo tennistico. Il vorrei ma non ancora posso di Raonic, che pure chiude con merito da numero 3 la sua miglior stagione di sempre ne dà una misura evidente, lampante. Ha quasi battuto Djokovic, ma non ha messo la prima sulle palle break che avrebbero potuto cambiare la storia almeno del primo set. Ha giocato, per atteggiamento, tigna, testa, la sua miglior partita in semifinale contro Murray. Ma al di là del record per la partita più lunga al meglio dei tre set nella storia del Masters, gli resta il match-point perso più per paura che per voglia nel tie-break del terzo. E una strada tracciata per lavorare l'anno prossimo, con o senza la presenza preziosa di McEnroe.

La strada degli altri
È la strada che deve prendere Stanislas Wawrinka, per dare continuità ai picchi di rendimento Slam senza dare troppa continuità alle controprestazioni nei 1000 (obiettivo per il 2017, dice). Dovrà necessariamente essere la strada di Nishikori, che contro Djokovic non ci ha nemmeno provato davvero: le 3 ore e 20 contro Murray ne avevano minato certezze e soprattutto muscoli, un gap che nel tennis iper-atletico di questi anni si paga.
Non pensa di pagarlo invece Dominc Thiem. Ha chiuso la stagione con 82 partite all'attivo, ha drenato energie nella prima parte di stagione nella rincorsa alla Top 10 eppure, dice, non cambierà nulla l'anno prossimo. “È solo questione di abituare il corpo e la mente a giocare così tante partite. Sono sicuro che reggerò meglio”, sostiene con la convinzione di chi ha negli occhi il blu (magari solo quello del suo Chelsea) della gioventù.

L'Atp guarda avanti
Intanto l'ATP guarda già al futuro, al Masters dei giovani a Milano, per guidare anche una transizione non facile nell'era post Federer e Nadal, con gli anni che si allungano per arrivare al top dopo i successi da junior. Sarà un'occasione anche per testare novità di regolamento, si intuisce il coach in campo ma non solo, per avvicinare il tennis ai gusti dei millennials. Un vecchio pallino di Kermode (presidente dell'Atp, ndr), un tennis più smart, più social, dal consumo più immediato, con i testimonial ideali di una rivoluzione. In questo Masters che sa di moderno e guarda al futuro.