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CARO DJOKOVIC, NON TI RICONOSCIAMO PIÙ

Novak Djokovic non è più quello di una volta

di Enzo Anderloni | 17 novembre 2016

Novak Djokovic non è più quello di una volta? Lo si capisce anche dalla sua faccia (e da quelle di chi gli sta accanto), tanto da non essere più quello che eravamo abituati a vedere

di Piero Valesio - foto Getty Images

Inutile girarci intorno: il Djokovic di questi tempi è il più sorprendente della sua storia e pure della nostra. Succede che quasi non lo riconosciamo. Restiamo sorpresi davanti a certe sue espressioni facciali che prima erano riservate ai secondi seguenti ad un punto particolarmente faticoso finito male per lui. Ma in quel caso si trattava di sfoghi agonistici, di momenti di recupero psicologico che si concludevano prima che iniziasse il punto successivo. Invece da mesi ormai dci siamo trovati di fronte ad un Djokovic diverso ma non per questo particolarmente nuovo: un Djokovic con il volto appuntito, con l’occhio spalancato e spesso aggressivo, con il sorriso che compare sul suo volto ma poi lascia improvvisamente spazio ad una arrabbiatura incipiente. Un Djokovic che si presenta a Bercy con il santone, che risponde piccato alle domande di un giornalista in sala stampa a Londra, che pare privo di quella serenità di fondo che ha fatto di lui il dominatore assoluto del tennis mondiale.

Niente da fare: non lo riconosciamo un Djokovic così. Questo Nole sembra appartenere ad un’altra orbita, a quella popolata da personaggio affetti dalla sindrome del gossip più che da campioni dello sport. Ed è proprio questa discrepanza che destabilizza: cosa gli è successo ? Perché da mesi ogni volta che lo si vede scendere in campo si ha la sensazione che quella serenità di cui sopra che gli ha consentito di diventare un supercampione sfuggendo pure dagli orrori della guerra sia scomparsa dal suo volto?

Secondo alcuni trattasi solo di una fase di saturazione agonistica. Che poi sarebbe la trasposizione tennistica di quanto può succedere, in altri ambiti, a ciascuno di noi: quando arrivi ad un punto morto (non necessariamente in basso: nel suo in altissimo) e non sai più che pesci pigliare perché ti dici: e adesso? Dove vado? Se ho scalato tutti gli ottomila del mondo che m’invento? Mi arrampico sui grattacieli di Manhattan con una mano sola? Lo stesso binomio Becker-Vajda sembra essere in crisi: i volti dei due coach paiono ricalcare, in molte occasioni, quello palesato dalla moglie Jelena in tribuna a New York: fissi, come lo sguardo spesso. Non urlano esplicitamente quei volti ma verrebbe quasi da scomodare Munch, uno che di urla e grida interiori se ne intendeva, per dare una forma artistica a quei volti e al disagio che sottendono.

Questo Djokovic è sorprendente, ma soprattutto è umano. Forse troppo umano sosterrebbe Nietsche. Ma anche i superuomini dello sport talvolta succede di dover fare i conti con una umanità profonda che tutto condiziona. In genere è una fase di crescita. Difficile prevedere oggi se il suo diritto viaggerà di più e meglio dopo questa crisi: ma se ne uscirà Nole sarà più adulto, comunque.