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PENNETTA, VINCI, FEDERER, DJOKOVIC E NEW YORK: CULTURA AMERICANA

Agli Us Open le nostre atlete sono state scelte come immagine del torneo, da noi la loro impresa è già archiviata e ci si lamenta del presente

di Enzo Anderloni | 31 agosto 2016

Agli Us Open le nostre atlete sono state scelte come immagine del torneo, da noi la loro impresa è già archiviata e ci si lamenta del presente. Manca quella cultura sportiva che ha spinto Federer a coinvolgere l’anziano Rod Laver per lanciare una nuova manifestazione. Intanto Fabbiano e Giannessi vedono realizzarsi i loro primi sogni…

di Enzo Anderloni – Foto Getty Images

Mentre in Italia qualcuno presentava gli Us Open 2016 come il principio della crisi del nostro tennis, gli Us Open si presentavano usando il tennis italiano come testimonial. Flavia Pennetta madrina del tabellone insieme a Novak Djokovic, con le loro due belle coppe in mano, e Roberta Vinci, atleta simbolo ad aprire il programma del torneo sul campo centrale, quell’enorme Arthur Ashe Stadium con il nuovo tetto retrattile a coprire le tribune tennistiche più capienti del pianeta. Paradossale no? Sarà che la loro cultura è superiore alla nostra? Sarà che da loro una pubblicità come quella lanciata in Italia da Decathlon che dice dello sport “Lo faccio perché in campo non servono libri” non sarebbe mai venuta in mente a nessuno?

Morale: da loro Robertina Vinci è un mito dopo l’impresa del 2015 contro Serena Williams. Da noi la si guarda già “al passato”, perché ha 33 anni e ha vissuto una stagione molto condizionata dagli infortuni. Così mentre le università americane richiamano con borse di studio alcuni dei nostri migliori giovani (recentemente sono partite per l’Università del Texas a Austin le sorelle Anna e Bianca Turati) da noi si fatica a cogliere il senso profondo dell’esperienza di chi fa sport agonistico di alto livello, che è una straordinaria occasione di crescita umana e culturale. E non una contraddizione.

Esempio lampante la statura carismatica dei campioni di oggi, che sono grandi protagonisti sempre, anche quando non giocano. Prendete Roger Federer. Tornerà in campo a gennaio eppure finora a New York quello che ha fatto più scalpore è stato lui, con la presentazione “urbi et orbi” della Laver Cup, la sfida tennistica tra Europa e Resto del mondo che si è inventato con la sua società Team8 insieme al miliardario svizzero- brasiliano Jorge Paulo Lemann e alla Federazione australiana. Prima edizione dal 22 al 24 settembre 2017 a Praga. La foto/selfie con il grande Rod Laver al centro, Roger e Nadal (giocatori), Borg e McEnroe (capitani) ai lati, ha fatto il giro del mondo. Cinque uomini con 60 Slam in tasca. Storia e cultura del tennis. Gente che parla tre/quattro lingue agevolmente. E nel frattempo Djokovic, bocciato a Wimbledon da problemi di famiglia, bocciato alle Olimpiadi da problemi fisici, è tranquillamente numero 1 anche fuori campo. Mentre fa fisioterapia al polso sinistro, trova il tempo per farsi eleggere Presidente del Board dei giocatori Atp, trono vacante della politica del tennis professionistico da quando Federer l’aveva lasciato, un paio d’anni fa (vice-presidente è il sudafricano Kevin Anderson e tra gli otto consiglieri c’è anche Andy Murray). “Penso che sia fondamentale che noi top player ci impegniamo nello studio delle problematiche del nostro sport e che diamo il nostro contributo positivo al futuro del tennis”.

Insomma, Nole “va a comandare” anche a parole. Ma sa che non può farlo con il “trattore in tangenziale, con le ciabatte nel locale” come canta e balla l’Italia estiva. Vuole incidere sulla storia perché la conosce, come Federer che ha voluto il suo idolo Rod Laver (che l’ultimo grande Slam l’ha fatto quasi 50 anni fa…) come simbolo di una gara del tutto nuova. E da noi c’è chi ha già “archiviato” l’impresa storica azzurra di 12 mesi orsono, il capolavoro sportivo di Flavia e Roberta. Gli americani no. E nemmeno i bravi Thomas Fabbiano e Alessandro Giannessi, che a furia di lottare nelle retrovie hanno sfondato il muro delle qualificazioni e si sono conquistati un posto nel tabellone principale di New York. Inseguivano un sogno che qualcun altro ha dimostrato essere possibile. Questa è la cultura sportiva, indispensabile all’Università del Grande Slam.

Articolo tratto da SuperTennis Magazine n. 31 - 2016

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SuperTennis Magazine – Anno XII – n.31– 31 agosto 2016

In questo numero

Prima pagina: la cultura che vince Pag.3

Us Open 2016 – Apriti (e chiuditi) cielo! Pag.4

Batch-point - I servi sciocchi delle Pay-Tv Pag.5

Terza pagina – Little Bill Johnston, l’altra metà di Tilden Pag.6

Olimpiadi – Rio 2016: quello che resta Pag.8

Focus: Monica Puig, anche il futuro sarà d’oro? Pag.10

I numeri della settimana: E Giannessi fa… 123 Pag.12

Il tennis in tv: Filo diretto con NYC Pag.14

Giovani nel mondo- Azzurri: due quinti posti Pag.16

Giovani in Italia: la Coppa Belardinelli ancora alla Lombardia Pag.18

Beach tennis: sempre primi in spiaggia Pag.20

Circuito Fit-Tpra: noi, atleti col lambrusco Pag.21

Personal coach: trophy position, la base del servizio Pag.22

Racchette e dintorni: Pure Aero Stars & stripes, la racchetta medaglia d’oro Pag. 25

La regola del gioco: quando la risposta è un disturbo… Pag.27