-
Archivio News

“GATTONE” MECIR, IL PRIMO ORO OLIMPICO

Con il suo morbido tennis a zampate, l’indimenticabile Gattone vinse con la maglia della Cecoslovacchia l’Olimpiade nell’anno del ritorno del tennis come sport ufficiale, nell’88 a Seoul

di Enzo Anderloni | 30 luglio 2016

Con il suo morbido tennis a zampate, l’indimenticabile Gattone vinse con la maglia della Cecoslovacchia l’Olimpiade nell’anno del ritorno del tennis come sport ufficiale, nell’88 a Seoul. È stato anche l’ultimo a raggiungere la finale di uno Slam giocando con una racchetta di legno

di Alessandro Mastroluca - Foto Getty Images

“Non ho vinto uno Slam, ma non cambierei l'oro olimpico per niente al mondo. A Seoul non mi sono sentito un tennista. Mi sono sentito uno sportivo”. In quella umida estate del 1988 lo Miloslav Mecir può sentirsi come nessun tennista nei precedenti 64 anni. Può raggiungere quello che Don Budge, Bill Tilden, Rod Laver o Bjorn Borg non hanno potuto nemmeno sognare. Perché il tennis, sport solo dimostrativo a Los Angeles quattro anni prima, torna nel programma olimpico per la prima volta dal 1924.
“Le Olimpiadi hanno sempre avuto un significato speciale per me, già da quando ero giovane. Era qualcosa di più grande trovarmi lì con tutti quei grandi atleti intorno” ha raccontato. Insime agli altri cecoslovacchi (non ancora divisa in Repubblica ceca e Slovacchia n.d.r.) vive nel Villaggio, condivide un appartamento con altri giocatori accanto a quello di Jana Novotna. Incontra Carl Lewis e Ben Johnson, che ha visto solo in televisione, e si prepara a giocare per la prima volta in carriera in Corea del Sud.

Con il legno contro Lendl
Due anni prima, allo Us Open, a suo modo ha scritto la storia. Perde dal connazionale che ha trasformato New York nel suo giardino di caccia, Ivan Lendl, ma rimane l'ultimo ad aver giocato una finale Slam con una racchetta di legno. Ha avuto problemi alla schiena che l'hanno costretto da allora a cambiare un po' il suo gioco. Non è più solo una specialista della terra rossa, si trova a suo agio anche sulle superfici veloci. Arriva dalla semifinale a Wimbledon ma sul duro di Seoul l'inizio è più complicato del previsto. Per lui, con quell’aria perennemente assonnata e sorniona, quel tennis a morbide zampate, che gli sono valsi un soprannome indimenticabile: Gattone.

L'ispirazione delle medaglie
Cede un set al tedesco Eric Jelen e chiude solo 7-6 al quarto. “Quel match così complicato mi ha aiutato a migliorare il mio gioco. Più andavo avanti, e meglio giocavo”. Prima del quarto di finale contro l'abbordabile olandese Michiel Schapers, racconta, “un po' di amici pallavolisti, ciclisti, atleti sono venuti da me a mostrarmi le medaglie. C'era grande emozione e questo mi ha aiutato, mi ha stimolato”. Conferma di non essere uno sprinter e vince ancora in rimonta, 3-6 7-6 6-2 6-4. Due giorni prima della semifinale contro Stefan Edberg, la scena si ripete. “Avevo visto il nostro Josef Pribilinec vincere l'oro nella 20 chilometri di marcia. Dopo la gara abbiamo parlato un po'. Gli ho chiesto come si fosse sentito entrando nello stadio quando ha visto che il secondo non era tanto dietro di lui. Gli ho chiesto se era nervoso, mi ha risposto che sapeva di avere abbastanza energie per arrivare al traguardo senza farsi sorpassare. È stato importante capire come altre persone gestivano la pressione”. Ha fatto lo stesso, Gattone, in semifinale (3-6 6-0 1-6 6-4 6-2 su Stefan Edberg).

Un successo unico
In finale lascia che sia l’avversario, l’americano Tim Mayotte a firmare il primo allungo. Cede il primo set ma inizia ad avvelenarlo con quei suoi colpi tagliati, morbidi, letali. Il break al primo gioco del secondo set è il segnale che la finale sarebbe cambiata. Mayotte non si riprende più. “Sapevo che avrei dovuto accorciare gli scambi. Mecir però metteva così tante ‘prime’ e così profonde che non riuscivo a prendere la rete”. Ci riesce sull'ultimo punto ma il passante stretto del cecoslovacco è strettissimo e la volée in allungo appena accennata. La gioia di Mecir, che salta e lancia la racchetta in aria, è lontana dalla sua usuale compostezza. “È uno dei miei successi più grandi” ha raccontato. “E' una sensazione unica sentire tanta gente che ti incita non solo perché sei bravo, ma perché stai giocando anche per loro”.