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TONY ROCHE, MAESTRO DI VOLÉE ANCHE SUL “ROSSO”

Mancino, formidabile esecutore dello schema serve&

di Enzo Anderloni | 23 aprile 2016

Mancino, formidabile esecutore dello schema serve&volley, l’australiano ha vinto solo uno Slam, al Roland Garros nel 1966, nello stesso anno in cui ha trionfato a Roma. Da coach ha guidato al successo i più forti del mondo, da Lendl a Federer

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

A 25 anni guadagnava più del primo ministro. Ma la segreta ambizione di Tony Roche, figlio mancino di macellaio, ottavo australiano a vincere il Roland Garros, non aveva nulla a che fare con i servizi in slice e le volée di rovescio. Il giovane Tony avrebbe voluto seguire le orme del padre, allenatore dilettante, e diventare una stella del rugby a 13.

Peraltro, il primo approccio con lo sport che gli avrebbe dato gloria come giocatore e ancor più come coach, qualche dubbio ha fatto scattare. “Adesso ti faccio un ace” gli dice il suo avversario, che però liscia la palla e perde la presa della racchetta che, racconta il Daily Telegraph, vola dall'altra parte della rete. Il piccolo Tony, che non ha ancora dieci anni, non si scansa in tempo e ci rimette due denti.

È nato a Wagga Wagga

Lo sport però, Tony ce l'ha nel sangue. È nato a Sport City, che si scrive Wagga Wagga e si legge Uòga Uòga, dove gli impianti sono più delle scuole e le vecchie glorie tornano per insegnare. Un'isola felice con cinquantamila abitanti e decine di campioni nel pedigree: dal golf (Steve Elkington) al cricket (Mark Taylor, ex capitano della nazionale, al rugby (i tre fratelli Mortimer), tutte le grandi tradizioni Aussie si abbeverano qui. Dicono sia, appunto, merito dell'acqua del fiume Murrumbidgee, che alimenta l'acquedotto locale.

Finita la scuola, Tony trova lavoro come promoter per la Dunlop a Sydney. Si allena con Harry Hopman e la generazione d'oro del tennis australiano: Frank Sedgman, Lew Hoad, Ken Rosewall Rod Laver, John Newcombe, che diventerà il suo storico compagno di doppio. “Il duro lavoro è stata la chiave del nostro successo, è la filosofia che da sempre caratterizza noi australiani”. La filosofia che l'ha portato a completare l'accoppiata Internazionali d'Italia-Roland Garros nel 1966.

Accoppiata Roma-Parigi

A Parigi si fa male alla caviglia in un match di doppio. In finale deve affrontare l'ungherese Istvan Gulyas, ormai trentacinquenne. Gulyas, che due anni prima si era ritirato a Wimbledon per non affrontare il sudafricano Abe Segal, accetta di rimandare la finale di un giorno per consentire il recupero di Roche. L'australiano ringrazia e vince quello che resterà l'unico suo Slam in singolare.

A Roma ferma 11-9 6-1 6-2 Nicola Pietrangeli, che non sfrutta un break di vantaggio in avvio di partita. Roche illude i tifosi, gioca al gatto col topo, snatura il suo tennis fatto di servizi letali e improvvise discese a rete. Pietrangeli, demoralizzato, cede il secondo set in 16' e la partita non ha più storia.

Ha allenato Ivan e Roger

È ancora un tennis diverso, ancora passatempo per gentiluomini e non già quello sport di muscoli e tensioni che Roche conoscerà come coach prima di Chris Lewis, il neozalendese capace grazie ai suoi consigli di due finali Wimbledon, poi di Ivan Lendl, che “la roccia” ha guidato a sette trionfi Slam su otto, di Pat Rafter, vincitore di 2 UsOpen serve&volley, e ancora di Roger Federer, che finalmente gli ha regalato Wimbledon, i Championships.