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RACCHETTE FACILI O POTENTI? QUESTIONE DI FORMA

Piatti isometrici, cioè con la maggiore uniformità della lunghezza delle corde, ampliano lo sweet spot e perdonano gli errori

di Enzo Anderloni | 15 aprile 2016

Piatti isometrici, cioè con la maggiore uniformità della lunghezza delle corde, ampliano lo sweet spot e perdonano gli errori. Soluzioni anisometriche, con corde verticali più lunghe aumentano la spinta. E’ uno dei dilemmi per i progettisti di racchette. E per chi deve scegliere la sua

di Raffaello Barbalonga

Con l'avvento della fibra sintetica, utilizzata per prima da Völkl nel 1971 e il successivo impiego della graphite, introdotta da Kennex, alla fine degli anni ‘70 iniziò una inarrestabile corsa nel segno della tecnologia applicata alle racchette da tennis.
La materia ora era divenuta plasmabile, modificabile, componibile e aggiornabile. Gli ingegneri e i designer dell'epoca non impiegarono molto tempo nel capire che finalmente era possibile influenzare rapidamente un mercato che stava esplodendo.
I primi anni ‘80 sono quindi un tripudio di sperimentazioni e dopo la rivoluzione di Prince, con l'avvento dell'oversize ad opera di Howard Head, presto, oltre alla dimensione, si mise mano anche alla forma dei telai.
Si comincia col pentagono
Inizialmente furono le forme pentagonali ad attrarre le fantasie dei tedeschi: Sigfried Kuebler lavorò a progetti di telai pentagonali e Fischer propose la famosa linea pentagonale "Superform", che come uomo-immagine scelse il campione di Wimbledon 1972 e degli Us 1971, lo statunitense Stan Smith. Kneissl nello stesso periodo invadeva il mercato dell'Est con le "World Cup". Erano tutte evoluzioni della forma, basate su un concetto comune: dare maggiore lunghezza alle corde centrali per incrementare la potenza. La forma pentagonale permetteva quindi di ottenere una potenza simile a quella degli oversize, senza essere gravati dall'enorme piattocorde, che risultava poco maneggevole.

Rossignol F, col ponte inverso
Parallelamente, in Francia si lavorava ad un progetto opposto. Dare la stessa lunghezza a tutte le corde centrali per ottenere un comportamento uniforme nella centralità del piatto. Rossignol, nel 1981 presentò quindi la famosissima serie "F", che spopolò in tutto il mondo attraverso il giovane talento di Mats Wilander. L'azienda francese andava a spiegare il vantaggio dell’isometria in questo modo: “con il ponte inverso integrato le dieci corde hanno tutte la stessa lunghezza. Aumenta così in modo considerevole lo sweet spot e la zona di tolleranza ai colpi decentrati. Inoltre corde, telaio e ponte si deformano in modo coerente. Grazie a questo risulta notevolmente esaltata la potenza di rinvio della palla”.
Yonex e l’isometria squadrata
Il 1982 vide i saloni del Mias e dell'Ispo introdurre gli archetipi delle racchette isometriche in graphite. Il sol levante con Yonex R7 (prima di lei, verso la fine del 1980 aveva proposto la R1 in alluminio, ma R7, un telaio di fibra sintetica, decretò l’affermazione definitiva del concetto), che metteva in evidenza il piattocorde squadrato, presto un segno distintivo di tutta la produzione del famoso brand nipponico, e l’Europa con Snauwaert "Dyno", che attraverso il genio di Warren Bosworth, proponeva una squadratura del piatto per ottenere l’ottimizzazione del drilling. In buona sostanza, si affermava che un piatto rettangolare permettesse un più logico posizionamento dei grommets al fine di creare un pattern più performante.
Tutti gli anni ’80 e ’90, nel tennis furono pervasi da una grande smania sperimentale e queste teorie vennero riprese a turno da diverse aziende nel tentativo di affermarsi sul mercato. Donnay (serie “Graphite Pro” e “Boron”), Yonex (tutte), Maxima (“Evolution Boron” e serie “Graphitech”), Slazenger (serie “Quadro”), Snauwaert (serie “Dyno”), Rossignol (serie “F”), Sergio Tacchini (Cygnus) continuarono a proporre nelle proprie linee telai isometrici, dall’altra parte Sp.in (“G300”), Völkl (serie “V-Engine”), Head (serie ”Genesis” e “Pyramid”), Prince (serie “Extender”), Tretorn (serie “TXT”), Alto (serie “Turbo”) e ancora Snauwaert (“Concorde”), Mizuno (“Nemesis”), Maxima (“Oyster”), Alto (“Mirage”) svilupparono piatti anisometrici.

Bizzarre o interessanti?
In questo periodo troviamo anche altre soluzioni, bizzarre in alcuni casi e in altri davvero interessanti. Lacoste propose la linea Equijet, dove due evidenti rientranze a ore 3 e 9 promettevano lo sviluppo sul piatto corde di due sweet spots semisovrapposti che, possiamo dire a livello molto teorico, avrebbero in maniera significativa esteso la superficie utile di impatto. Spalding rimescolò le carte che aveva gettato Rossignol e creò una racchetta con due ponti inversi opposti, la “Power Tech”. Alto invece, con la “Top 2000”, sviluppò una racchetta esclusivamente pensata per i grandi colpitori in topspin, per i quali era pensato uno sweet spot più largo che lungo. Bosworth continuò nella ricerca che lo aveva portato a definire la ratio del drilling e, unendosi a Fox, diede vita alle famose racchette decagonali che sono arrivate fino ai giorni nostri.

Più potenza o più sweetspot?
Ci troviamo quindi ad assistere alla competizione incessante di due teorie opposte che hanno un comune obiettivo: incrementare la performance del telaio. Da una parte esaltandone la potenza, dall’altra amplificandone lo sweet spot.
Arrivando ad oggi, possiamo notare una decisa ripresa dello studio delle forme. Se Yonex è rimasta fedele ai concetti espressi nel lontano 1982, possiamo anche dire che in questo modo ha sviluppato la sua coerenza, progettando racchette sempre più moderne e performanti che hanno confermato la bontà di quelle teorie. Pro Kennex invece ha tentato una strada opposta creando “Delta”, un telaio con una evidente anisometria coniugata a una struttura unica sul mercato: un monoshaft massiccio su un telaio da oltre 70 Ra, che fonde anima in legno, graphite spiraltech e kinetic mass.
Una serie di telai che sfruttano la extra lunghezza delle corde centrali per ottenere potenza, li ha lanciati, con scarso successo la giapponese Asics qualche anno fa. Si tratta dei modelli 109, 116 e 125. Ponte retto e piatto allungato con chiara destinazione al mercato dei “Veterani”. In questo caso sia la ricerca di potenza che l’isometria sono presenti: corde centrali extralunghe ma contemporaneamente tutte della stessa lunghezza

Il ponte a “V”
Völkl dalla scorsa estate ha reintrodotto nel suo listino il concetto V-Engine. Due nuovi telai anisometrici molto agonistici, i “Super-G 10 Mid” 320g e 330g, sono infatti caratterizzati dalla forma particolare del ponte che evidenzia una punta verso il basso. Forma particolare ma non più unica, in quanto nella nuova produzione Wilson sono comparse da poco le “Ultra XP”, dove “XP” sta per quella “extra power” data in parte anche dal ponte a V. Da pochissimo di nuovo sul mercato, anche le redivive Snauwaert, che si presentano con una forma davvero anomala, una testa schiacciata e un ponte a V, che rievocano la famosa linea “Turbo” lanciata nel lontano 1981 dall’azienda tornese Alto. Elementi isometrici e risultati anisometrici quindi per una delle più curiose novità del 2016.
Infine, in una panoramica che tratta le teorie delle forme non è possibile non citare un progetto estremo e sconcertante: Toalson “Pandora”. La prima e unica racchetta che per metà è un 46sq.in e per l’altra metà è un 57sq.in.
In questo caso isometrie e anisometrie non sono più considerabili, in questo caso ci troviamo di fronte a pure teorizzazioni messe in mano ai tennisti. E a caro prezzo.

Isometria o tradizione?
Da oltre trent’anni il design delle racchette da tennis ha cercato quindi giustificazioni fisiche e ingegneristiche per sviluppare prodotti con forte personalità e appeal. In un mercato come quello italiano, dove gli appassionati sono sempre stati tra i più esigenti e informati, questi progetti non hanno fatto fatica a inserirsi e a radicarsi. Nella diatriba tra un piatto isometrico ed uno tradizionale non c’è mai stato un vero vincitore, ma forse è proprio questa la soluzione. Ad ognuno la propria scelta, in base alle sensazioni ma anche ai gusti, perché, non dimentichiamolo, il nostro è uno sport che intinge l’anima dell’agonismo più sfrenato ma strizza l’occhio ad un edonistico anticonformismo, fatto di stile e fantasia.