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VON CRAMM - BUDGE: QUELLA GRANDE PARTITA DI VITA (O DI MORTE)

Fu un match di Davis, a Wimbledon nel 1937: Von Cramm contro Don Budge, la rivincita della finale dei Championships giocata pochi giorni prima, ma anche il singolare decisivo di ...

di Enzo Anderloni | 19 marzo 2016

Fu un match di Davis, a Wimbledon nel 1937: Von Cramm contro Don Budge, la rivincita della finale dei Championships giocata pochi giorni prima, ma anche il singolare decisivo di un Germania-Stati Uniti che valeva la Coppa. Per il tedesco, nel mirino dei nazisti, vincere o perdere poteva fare la differenza. E infatti Hitler telefonò…

di Alessandro Mastroluca

La storia perfetta, la partita perfetta. È il 20 luglio 1937, una mattinata d'estate insolitamente calda a Londra. A Wimbledon, mentre le temperature toccano i 25 gradi, le bandiere dell'Union Jack sventolano insieme a quelle a stelle e strisce degli Stati Uniti e alle svastiche del Terzo Reich. Laguerra è ancora lontana, anche se gli spettatori che assistono a quella che diventerà la partita del secolo, ne sentono gli echi nei racconti degli scontri a Madrid o delle tensioni fra Cina e Giappone sulle pagine del Times, fra un sorso di tè e un'occhiata al necrologio di Amelia Earhart.

Mancano tre minuti alle cinque quando inizia l'ultimo, decisivo singolare della finale Interzona di Coppa Davis. Si gioca per andare a sfidare nella finalissima la Gran Bretagna, che ha vinto le ultime quattro edizioni ma non ha più Fred Perry, passato professionista. Per cui, è questa la vera finale, Usa-Germania. E non potrebbe esserci contrapposizione più completa in campo.

Da una parte, il barone Gottfried Von Cramm, dall'altra Don Budge. Cramm è aristocratico da generazioni, incarna la speranza del regime tedesco di portare a casa la Davis e di avere un volto bello e spendibile all'estero. Ma Von Cramm è gay, e fa sempre più fatica a nascondere le sue tendenze, e in passato ha sposato, anche per rispettare le convenienze sociali, una donna di ascendenza ebraica. Il regime, dunque, lo sopporta e lo tutela solo finché vince, solo perché vince. Per lui la Davis, e il tennis nel complesso, è una questione di vita o di morte. Senza nessuna concessione all'iperbole o alla retorica.

Sotto l'occhio del Reich

È sceso al numero 2 del mondo proprio dopo la finale di Wimbledon, che ha perso da proprio Budge, il suo opposto perfetto. Tanto potente in campo quanto introverso fuori, rosso di capelli e di idee, è uno di quei campioni che ha vissuto sotto il segno del jazz, l’altra sua grande passione. Figlio di un immigrato scozzese, John “Jack” Budge, che ha giocato diverse partite con la squadra riserve dei Rangers Glasgow, ma un incidente in allenamento e diversi attacchi di polmonite lo convincono a emigrare dove il clima è più mite. Da piccolo gioca a baseball con la mazza da mancino, che lo abitua al movimento rapido e violento col braccio destro. Nel primo dei molti incroci di destini che contrappuntano la sua storia, diventa l’idolo di Joe Di Maggio, il più grande giocatore di baseball di sempre e il grande amore di Marilyn Monroe. “Sai, il mio sogno era di diventare tennista” gli dice incontrandolo a un concerto jazz negli anni ’40. “Strano”, risponde Budge, “il mio era di giocare per gli Yankees”. Ha il più bel rovescio a una mano della sua epoca, e una voglia di vincere che nessun dubbio riesce mai a scalfire. “E' il miglior tennista 365 giorni l’anno che abbia mai visto” diceva di lui Bill Tilden, amico e consigliere in incognito di Von Cramm per quella partita.

Che la telefonata pre-partita di Hitler al suo giocatore, raccontata sempre da Budge e sempre negata da Cramm, sia vera o no, ormai è impossibile da stabilire. Quel che resta, è la vittoria di Budge 8-6 al quinto con un rovescio in tuffo, davanti a uno stadio che ha fatto platealmente il tifo per il suo avversario. Von Cramm, corretto fino al sacrificio, gli rivela: “Don, è stata la più bella partita che io abbia giocato”. E la prima a essere interamente radiotrasmessa in diretta dalla BBC. Che aveva previsto un collegamento per le prime fasi e poi non potè più staccare la cronaca. Fino alla fine.