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LEW HOAD, FORTE E BELLO COME UN DIVO DI HOLLYWOOD

Vincitore di quattro Slam, formidabile in doppio con il “gemello” Rosewall, è passato alla storia come il giocatore che, se in giornata, era il più forte di tutti (Rod Laver ...

di Enzo Anderloni | 08 febbraio 2016

Vincitore di quattro Slam, formidabile in doppio con il “gemello” Rosewall, è passato alla storia come il giocatore che, se in giornata, era il più forte di tutti (Rod Laver compreso). Figlio di un tranviere porta il nome di un attore

di Alessandro Mastroluca

Ha regalato all'Australia il miglior Challenge Round della storia. Ha offerto al mondo il miglior doppio dell'era pre-Open (e non solo) e un tennis che ha anticipato i tempi. È arrivato negli Stati Uniti, in quell'estate del 1956, con l'etichetta di dominatore della stagione e una copertina di Sports Illustrated che vorrebbe suonare profetica: “Grand Slammer from Down Under”, “il vincitore del Grande Slam dall'Australia” hanno scritto accanto al primo piano di Lew Hoad. Hoad si specchia in quell'immagine con una domanda: cosa diavolo vuol dire, esattamente, Grand Slammer?

“Non ne avevo parlato con nessuno fino a New York” racconterà, “non avevo nemmeno idea di cosa fosse”. E non lo saprà nemmeno dopo. Arriva solo a due set dall'impresa, ma in finale allo Us Open non fa i conti con l'amico Ken Rosewall. Li chiamano Whiz Kids, gli Apprendisti Stregoni, oppure i Gemelli, perché sono nati a ventuno giorni di distanza, in novembre, sotto lo Scorpione, come Brookes e Crawford. La prima volta che si sono affrontati, a dodici anni, ha vinto Hoad 6-0 6-0. Ma a New York, Rosewall non gioca solo per il trofeo. Vuole dimostrare la sua bravura per strappare un buon contratto a Kramer. E ci riesce in pieno.

Figlio di un tramviere, che l'ha chiamato Lew in onore di Lewis Stone, l'attore che pronuncia una memorabile battuta nel film Grand Hotel, successone del 1932, “Grand Hotel. Always the same. People come. People go. Nothing ever happens” (Grand Hotel. Sempre al solito. La gente arriva. La gente se ne va. Non succede mai niente” n.d.t), Hoad diventa presto un'icona. Bello come un divo di Hollywood, e con i divi resterà a giocare nella sua casa spagnola insieme alla moglie Jenny sposata in segreto a Wimbledon, quando è in giornata non ce n'è per nessuno. “Riassunse l'evoluzione del gioco e l'aumentata velocità in un'unica presa” ha scritto Gianni Clerici in 500 anni di tennis. “Il suo limite fu probabilmente l'incapacità ad attendere, a immaginare che quel divertimento in pieno sole, di fronte a migliaia di persone, avesse anche ben precise regole tattiche, e fosse strettamente connesso con la necessità di non sbagliare”.

Hoad è un generoso, disordinato, che ha cominciato tirando pallate al muro di casa, che ha praticato la boxe in un club della polizia, che impugna la racchetta così stretta che una volta, ha raccontato Rod Laver, ha spezzato il manico.

È il risultato della “cura Hopman”, che ha voluto i Gemelli nel Challenge Round di Davis del 1953 contro gli Usa a Kooyong. Nell'ultima giornata, Hoad supera 13-11 6-3 3-6 2-6 7-5 Trabert che dirà: “Siamo stati battuti da due ragazzini e da una vecchia volpe”.

Il suo regno rimane Wimbledon. Qui si rivela, nel 1952, nel Davide contro Golia, il doppio vinto con Rosewall contro Mulloy e Savitt. Qui vince il suo ultimo Slam, nel 1957, prima di passare professionista, in una finale durata meno di un'ora. Qui torna un'ultima volta nell'estate del 1994. Vince il doppio leggende per gli over 45, e la domenica possiamo immaginarlo mentre guarda in tv Pete Sampras che conferma il titolo a Wimbledon, come aveva fatto lui 37 anni prima. Morirà il giorno dopo, di leucemia. L'uscita di scena del campione che ha trovato la perfezione nell'arte dell'imperfezione.