-
Archivio News

HARRY HOPMAN, COACH DA LEGGENDA

L’Australia lo vide giocare in Coppa Davis negli Anni Trenta e poi crescere, come allenatore, negli Anni Cinquanta una generazione di straordinari campioni tra cui Lew Hoad, Ken Rosewall e ...

di Enzo Anderloni | 01 gennaio 2016

L’Australia lo vide giocare in Coppa Davis negli Anni Trenta e poi crescere, come allenatore, negli Anni Cinquanta una generazione di straordinari campioni tra cui Lew Hoad, Ken Rosewall e Rod Laver, l’unico nella storia a completare due volte il Grande Slam. Poi si trasferì negli Usa e scoprì un certo John McEnroe…

di Alessandro Mastroluca

“Un giorno, mi ero stancato di vedere gli americani alzare tutti i trofei, bere lo champagne migliore e baciare le ragazze più carine”. È il 1948 e Harry Hopman, coach, giornalista, con una fama da ossessivo maniaco del controllo, trova la risposta. Lo impressiona il 19enne Frank Sedgman: è alto, biondo, con una condizione atletica che stupisce per l'epoca. Hopman gli trova un compagno di doppio perfetto, Ken McGregor, più alto, più potente e incredibilmente reattivo sotto rete. Insieme, completeranno l'unico Grande Slam in doppio della storia. “Ricordatevi” gli diceva Hopman, “il doppio è come un matrimonio: niente è in grado di rovinarlo più della mancanza di comunicazione”.

Dopo McGregor e Sedgman, sono arrivati Hoad, Rosewall, Fraser, Emerson, Laver, e qualche anno dopo Newcombe e Roche. È la miglior generazione Aussie di sempre: negli anni '50, gli australiani conquistano 21 Slam su 40. “Avevamo una macchina oliata” racconterà Hopman all'Equipe negli anni '70, “io mi limitavo a mettere ogni tanto un po' d'olio nel motore”.

In realtà, il “metodo Hopman” va ben al di là di questo. “Controllava tutto” spiegherà Hoad. “Nel mio primo viaggio in Europa, nel 1952, dovevo lavorare sulla mia condizione fisica più degli altri, e lui tutte le sere mi portava a correre mentre gli altri restavano in albergo. Aveva stabilito anche una serie di multe se ci comportavamo male a tavola o se dimenticavamo la cravatta”. Un regime che finisce per sfociare nel paternalismo, ma è altrettanto capace di premi e ricompense. “Quando ho vinto il mio primo Roland Garros” racconta ancora Hoad, “ci ha portato in uno strip club a Pigalle: è stata una notte memorabile”.

Notevole da giocatore (Davisman negli Anni Trenta, due volte campione di doppio e cinque di doppio misto agli Australian Championships), capitano (nella foto con Roche e Newcombe) di maggior successo nella storia della Coppa Davis (15 titoli fra il 1950 e il 1968), è uno scommettitore incallito. “Nel 1928 una serie di giocate fortunate al casino di Montecarlo lo convinsero che il 5 era il suo numero fortunato” ha raccontato Rod Laver. “Da allora, si svegliava alle 5:55, si è sposato cinque volte e ha comprato 5 pied-à-terre”.

Convinto sostenitore del dilettantismo, nel 1969 vedrà “Rockets” diventare il primo a completare il Grande Slam nell'era Open: “Grazie per aver dimostrato che avevo ragione” gli scriverà in un telegramma rimasto celebre. “Harry mi ha scoperto a 15 anni” disse poi Laver. “Sapevo della sua reputazione. Harry mi ha insegnato i fondamentali, mi ha fatto capire che non devi spingere il tuo gioco oltre una certa soglia, altrimenti finisci per perdere il controllo e probabilmente la partita”.

Nel 1971 si trasferisce negli Stati Uniti, e i suoi metodi cambiano. Si fa più liberale, meno ossessivo. Perfetto per l'incontro con un ragazzino di 12 anni che da due mesi si allena all'accademia Port Washington quando Hopman viene chiamato a dirigerla. “Diventerà forte” confessa a un amico giornalista del New York Times. “Si chiama John McEnroe”.

Nella foto, Federer e la Hingis sollevano la Hopman Cup vinta nel 2001. Con loro la vedova di Harry Hopman, Lucy.