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MATS WILANDER: “QUESTO TENNIS MI PIACE MA LO CAMBIEREI”

Il grande Mats Wilander, ex n

di Enzo Anderloni | 25 dicembre 2015

Il grande Mats Wilander, ex n.1 del mondo e oggi tra i più acuti commentatori/osservatori del tennis, ci spiega perché bisognerebbe recuperare qualcosa dal passato per garantire al tennis un futuro di successo anche dopo i Federer e i Nadal. E sfata qualche mito: “La palla andava più forte ai tempi di Becker e Sampras”. Per il 2016 prevede che…

di Enzo Anderloni – Foto Getty Images

Se il tuo soprannome è “Formichina” e un giorno ti riesce di battere un carrarmato come Ivan Lendl, sul duro cemento di una finale degli Us Open, è ovvio che non sei uno qualunque. Se poi si mette a fuoco il fatto che con quel risultato completi tre quarti di Grande Slam e diventi n.1 del mondo, si capisce che sei un fenomeno. E se a questo si aggiunge che quel successo lo cogli, tu che sei famoso per l’estenuante regolarità da fondocampo, andando sistematicamente a rete contro un avversario famoso per l’efficacia dei suoi passanti, allora è chiaro a tutti che la tua qualità numero uno non sono le gambe inesauribili o gli asfissianti colpi arrotati: è il cervello, finissimo. Che ovviamente continua a funzionare meravigliosamente quando dal campo passi alla postazione del commentatore televisivo per Eurosport o di analista del gioco per il web a Wimbledon e diventi prima firma tecnica di un quotidiano sportivo di prestigio assoluto come l’Equipe.

Ecco perché parlare di tennis con Mats Wilander non significa solo incontrare un “monumento” del tennis moderno (7 titoli del Grande Slam, 3 vittorie in Coppa Davis) ma anche uno degli osservatori più acuti del gioco, della sua evoluzione, dei campioni di ieri e di oggi. Dopo averlo visto in azione nell’Atp Champions Tour abbiamo approfittato per dare con lui uno sguardo al presente e al prossimo futuro del tennis mondiale.

Ti abbiamo visto vincere a Roma nel 1987, a 22 anni. Ora ne hai 51 ma sei ancora in perfetta forma. Qual è il segreto?

“Nessun segreto. E’ naturale per me mantenermi così. Ho giocato tanto a tennis, ogni tanto vado a correre, ma sono convinto che quando ti alleni in campo e in palestra duramente come abbiamo fatto noi da giovani è facile restare in forma per il resto della tua vita…”.

Partiamo proprio dalla condizione fisica: che differenza c’è sotto questo aspetto tra la tua generazione e i top players di oggi?

“C’è una differenza enorme nel modo di allenarsi. Con questo non intendo dire che i campioni di oggi si allenino di più sul piano fisico di quanto facevamo io o Ivan Lendl. O più duramente di campioni del passato come Rod Laver o Ken Rosewall. Oggi non si allenano di più: si allenano meglio. Se si entra in uno spogliatoio agli Australian Open o al Roland Garros si rimane impressionati dalla muscolatura dei giocatori di oggi. Hanno quasi tutti dei fisici pazzeschi, scolpiti. E sanno prendersi cura di loro stessi sotto questo profilo. Fanno preparazione nel modo giusto, si alimentano correttamente, sanno gestire i tempi di recupero e viaggiano con i loro preparatori fisici al seguito. C’è sempre qualcuno con loro che li segue sotto questo aspetto. E li si vede sempre impegnati a fare qualcosa che serve per essere ben preparati e, di conseguenza, giocatori migliori”.

Tutti dicono che i nuovi materiali tecnologici hanno cambiato il gioco. Tu giocavi con una Rossignol F200, grafite e fiberglass; ora usi una Wilson Pro Staff 97 che alterni con una Donnay dalle caratteristiche simili. C’è una grande differenza tra l’attrezzo di allora e quello di oggi?

“Sì, la differenza è notevole perché le racchette di fibra degli Anni Ottanta erano più flessibili, meno rigide. E di conseguenza offrivano meno potenza, spinta. Specie quando la palla arriva molto veloce. Quindi per esempio nella risposta al servizio, quando il gesto è per forza breve, raccolto; non puoi avere uno swing ampio. Poi anche il piatto era più piccolo. Le racchette di oggi sono più potenti. Non in maniera esagerata ma sufficiente per cambiare il gioco. Le corde spingono di più. C’è più potenza disponibile anche per dare rotazione alla palla grazie alla combinazione di telaio e corde. John McEnroe gioca ancora con il budello naturale, io uso il budello sulle verticali e il sintetico sulle orizzontali come fanno Federer e Djokovic. L’evoluzione dei materiali ha sicuramente cambiato il gioco. Anche la quantità di top che si riesce a dare alla palla è ben diversa rispetto a 30 anni fa”.

Questa evoluzione è una cosa buona per il tennis, per lo spettacolo tennistico?

“Credo che ogni tanto ci capiti di vedere del tennis incredibile sotto l’aspetto fisico e della velocità del gioco, dei colpi. Davvero incredibile. Mi viene in mente la partita tra Nadal e Murray al recente Masters di Londra. Pazzesca da guardare dalla tribuna laterale. Quello che solleva domande è come possa uno come Nadal essere stato così dominante per due o tre stagioni o lo stesso Djokovic quest’anno ma anche due, tre anni fa. Questo non era possibile ai nostri tempi. John McEnroe è stato dominante per un solo anno, nel 1984. Credo che sia positivo per il tennis che questi campioni giochino così bene, ma penso che vadano cambiate le superfici. Dobbiamo supportare e promuovere stili di gioco diversi. Perché il tennis esprime il suo massimo quando i campioni giocano con uno stile che rispecchia la loro personalità. Ora invece stiamo forzando tutti a giocare nello stesso modo perché le superfici sono tutte uguali…”.

Dipende dalle superfici o dalle racchette?

“Da tutte e due le cose. Non ci sono più campi davvero veloci. A Wimbledon hanno cambiato l’erba e rallentato le palle. E puoi giocare sull’erba nello stesso modo con cui giochi sulle altre superfici. Se non alleni (e migliori) il ‘serve and volley’ o la volée è perché non ci sono settimane in cui devi fare ‘serve and volley’. Se non lo fai mai non puoi imparare a farlo bene. Roger Federer sta dimostrando che è possibile giocare così. Stefan Edberg, Pat Rafter, John McEnroe potrebbero giocare ‘serve and volley’ anche oggi, perché sono davvero bravi a fare quel tipo di schema. Oggi non lo si fa più non perché non è possibile ma perché non ci sono più giocatori sufficiente bravi a farlo. E con le racchette più grandi, ovviamente, è più facile rispondere perché hai più margini, puoi anche non prenderla perfettamente al centro…”

Vittorie a Melbourne, Parigi e New York, quarti di finale a Wimbledon: pensi che se nel 1988 ci fossero state le superfici di oggi e le racchette di oggi avresti potuto realizzare il Grande Slam?

“Forse sì. (Ride n.d.r.) Forse sì. Al di là di questo, la cosa che mi piace del tennis di oggi è che ritroviamo quasi sempre i giocatori più forti in semifinale e in finale. E’ sicuramente un fatto positivo. Quello che non mi piace sono invece certe situazioni ripetitive, come quando vedi Novak Djokovic battere Rafa Nadal 4 volte su 4 in un anno, 8 volte sulle ultime 9. Ci fosse stata una sfida tra loro agli Us Open toccava andare a vederla e commentarla in tv pensando che il risultato fosse scontato. Tante partite, anche al vertice, sono così simili dal punto di vista tattico, a causa delle superfici e degli stili di gioco… Diventano troppo mentali. Magari un anno non c’è modo che Nadal batta Djokovic, mentre l’anno prima era il contrario. Nella mia epoca John McEnroe era un grande sull’erba e indoor; Ivan Lendl era fortissimo sui campi duri, indoor e sulla terra; io ero forte sulla terra e talvolta sui campi duri lenti; Boris Becker era impossibile da battere indoor. Ti trovavi di fronte stili completamente diversi e non sapevi già prima chi avrebbe vinto. Magari McEnroe mi batteva a Wimbledon, ma io lo mettevo sotto a Cincinnati su un cemento non troppo rapido. Il gioco era diverso. Secondo me era più divertente, più interessante rispetto a oggi”.

Chi ha spinto nella direzione odierna? E’ una tendenza che si può invertire?

“Il punto di partenza di questa evoluzione è stata la finale di Wimbledon 1994 tra Ivanisevic e Sampras. La decisione di cambiare è partita da lì. Non ci fu tennis in quel match (7-6 7-6 6-0). Solo servizi e risposte. Il punto non durò mai più di due colpi. Poi il fatto di vedere in campo Federer contro Nadal in così tante finali, grandi finali, in particolare a Wimbledon, ha fatto diventare un’esigenza il fatto di avere i due migliori giocatori del mondo in finale nei Grand Slam. Questo è il problema. Non possiamo però pensare che avremo Federer e Nadal per sempre. Il fascino, la spettacolarità del tennis, secondo me, non dipendono dal livello del gioco, ma dal livello di scontro tra due personalità. Non puoi avere un grande match se in campo non ci sono due personalità forti, con un evidente contrasto di stili”.

La palla va più forte ora o andava più forte ai tempi di Agassi e Sampras?

“Secondo me la palla andava più veloce quando giocavamo noi. Ora sono più veloci i giocatori”.

Sembra quasi tennis… da tavolo in certi momenti…

“Lo swing, la velocità della testa della racchetta, è molto più alta oggi. E’ una cosa che noi non cercavamo nemmeno di ottenere. Noi cercavamo di colpire con forza, dando peso al colpo più che pura velocità. La palla oggi esce più rapida ma poi rallenta molto. Arriva più lenta. Devi sempre picchiare forte. Non vedi più colpi dove c’è sensibilità: devi menare e basta. Devi dare topspin anche sui campi duri per far rimbalzare alta la palla, perché il campo è lento. I giocatori sono sicuramente molto forti fisicamente e veloci ma secondo me non altrettanto forti mentalmente. Noi di testa eravamo più forti”.

Alla luce delle cose che hai detto e dell’annata 2015, che cosa ti aspetti per il 2016?

“Se penso agli highlights del 2015 la prima immagine che mi torna è quella di Stan Wawrinka che batte Djokovic in semifinale agli Open di Francia. Oggi possiamo dire che se Nole avesse vinto quel match avrebbe realizzato il Grande Slam, come mi ero spinto a pronosticare a inizio stagione. Wawrinka quel giorno è stato incredibile: ha giocato senza nessun timore reverenziale nei confronti del più forte giocatore del mondo. Detto questo secondo me Djokovic ha le carte in regola per diventare il più grande giocatore di sempre. Sono convinto che se continuerà a mantenere la determinazione attuale per i prossimi tre o quattro anni, non c’è motivo per cui non possa raggiungere e superare il record di 17 titoli del Grande Slam di Roger Federer”.

Mats Wilander, svedese, classe 1964, ha vinto gli Open d’Australia nel 1983,’84,’88; gli Open di Francia nel 1982, 85,’88 e gli UsOpen nel 1988, anno in cui ha raggiunto il n.1 della classifica mondiale