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SERGI BRUGUERA, IL CAMPIONE MULTIFORME

Due volte campione al Roland garros, oggi coach di Richard Gasquet è sempre stato considerato un terraiolo

di Enzo Anderloni | 20 novembre 2015

Due volte campione al Roland garros, oggi coach di Richard Gasquet è sempre stato considerato un terraiolo. In realtà ha colto ottimi risultati anche sui campi veloci dove è stato un osso duro per tutti

di Alessandro Mastroluca - Foto Getty Images

Otto campioni riuniti in una Milano sospesa tra gli obei obei e un inverno che sarà preludio di scandali. È il 1991, il primo anno in cui l'ATP registra gli ace. È l'era dei grandi bombardieri, come Ivanisevic e Rosset, che solo un lustro più in là saranno fischiati al Forum per quel tennis “bang bang” che non entusiasma più. Ci sono tutti, quell'inverno, per l'esibizione organizzata da Cino Marchese: otto assi di un colore solo, otto stelle per un torneo di soli tiebreak. A sorpresa, però, non vince chi batte più forte, perché in tutte le versioni della Sudden Death conta soprattutto rispondere meglio. E nessuno rispondeva meglio di Sergi Bruguera.

Protagonista non atteso de La Grande Sfida 4, questa del 2015, chiamato a sostituire l'infortunato Noah, gli è rimasta attaccata l'etichetta di terraiolo tutto corsa e sudore, e non senza ragioni: erano, e sono tuttora, le basi del paradigma di papà Lluis, che ha influenzato e plasmato più di una generazioni. Un modello che l'ha portato a vincere 13 titoli su 14 sul rosso e a trionfare due anni di fila al Roland Garros (1993 e 1994), la prima con la ciliegina dell'ultimo triplo 6-0 nel singolare maschile di uno Slam.

Ma dietro l'eredità più semplice, più evidente, di un campione che di fatto ha chiuso la sua parentesi di gloria già nel 1994, con l'ultimo trofeo ATP vinto a Praga, c'è la storia di un tennista multiforme, che si è preso il tempo di divertirsi con gli sport estremi (paracadutismo, rafting, bungee jumping), di un tifoso del Barcellona che appesa la racchetta al chiodo ha preso gli scarpini e giocato qualche stagione nelle serie semiprofessionistiche spagnole.

C'è la storia di un tennista capace di ben più che correre e sudare, uno dei pochi in grado di chiudere la carriera con un bilancio positivo contro Pete Sampras. Un osso duro che si è rivelato al mondo proprio su un campo velocissimo, sul sintetico al coperto di Mosca. Al secondo tie di Davis in carriera, dopo aver perso due singolari su due contro Skoff e Muster, che l'ha sempre considerato l'avversario in assoluto più duro da affrontare, batte di personalità Chesnokov e cambia la storia.

Nel '94, confuse e adombrate dietro la luce del bis parigino, nella finale tutta iberica contro Berasategui, Bruguera rivela il meglio dei suoi altri talenti. Squaderna una difesa che non è mai reazione passiva e spegne 13-11 al quinto gli attacchi di Rafter al secondo turno a Wimbledon. E al Masters, alla Festhalle di Francoforte, doma Chang e toglie un set in semifinale a Becker. Consumati i muscoli, dopo la vittoria triste, solitaria e finale al Challenger di Barletta, torna a insegnare il verbo di papà, prima nella sua accademia, poi come coach di Richard Gasquet, che riporta in top-10.

Un verbo in cui c'è spazio solo per il lavoro e per l'onestà. Per questo, ancora non sopporta di aver perso la finale olimpica di Atlanta da Agassi: è ancora oggi convinto, infatti, che anche durante quel torneo l'americano avesse fatto uso di crystal meth. E barare non è tra i comandamenti della famiglia Bruguera.