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L’INCUBO DI MCENROE: PIÙ DI 6 ORE PER BATTERE WILANDER

Il genio irascibile di John McEnroe si è sempre esaltato in Davis

di Enzo Anderloni | 19 novembre 2015

Il genio irascibile di John McEnroe si è sempre esaltato in Davis. Memorabile il 1982 quando giocò una partita di oltre 6 ore contro Wilander nei quarti e battè la Francia di Leconte in finale. Ora li ritrova nella Grande Sfida di venerdì e domenica, a Verona e Modena

di Alessandro Mastroluca - Foto Getty Images

Nel 1978 la Gran Bretagna, nell'ultima finale di Davis giocata, si aspetta di affrontare Arthur Ashe. Ma al Mission Hills Country Club in California, Tony Trabert porta John McEnroe, fresco di semifinale allo Us Open al primo anno da professionista. È l'inizio di una lunga storia d'amore.

Superbrat perde 10 game in due singolari. “Nessuno mi aveva mai fatto sentire così stupido in campo” commenta John Lloyd. Ne vince un'altra, di coppa (5-0 all'Italia a San Francisco nel 1979): non perde per 14 incontri fila, prima di cedere contro Clerc sulla terra a Buenos Aires nel 1980. Si prende la rivincita un anno dopo, in finale a Cincinnati. In doppio, Clerc lo provoca: “Quanto sei carino” gli dice. “Vai a farti fottere” gli urla SuperBrat che alza la terza coppa in quattro anni.

Ma è il 1982 l'anno della consacrazione, del trionfo e dell'epica. McEnroe vince 12 partite su 12, gli 8 singolari e i 4 doppi disputati in coppia con l'amico Fleming. Decide il quarto di finale contro la Svezia al quinto singolare, il secondo più lungo di sempre nella storia della Davis, contro Mats Wilander. Il radicale confronto di stili crea un match incredibile: dopo 6 ore e 22 minuti di gioco, chiude 9-7 6-2 15-17 3-6 8-6 e cade fra le braccia del capitano, Arthur Ashe. “John, questo è il tuo miglior match in Davis” gli dice. Una storia che finirà con la splendida vittoria in finale a Grenoble su Noah, scoperto proprio da Ashe in Tanzania, e Leconte.

Due anni dopo, la storia prende un'altra strada. A Goteborg va tutto storto da subito. C'è la neve sulle strade e il gelo in squadra, fra Connors e Ashe, fra McEnroe e Fleming. “Qual è l'opposto dello spirito di squadra? Ecco quello che abbiamo sperimentato a Goteborg”. McEnroe perde da Sundstrom il terzo singolare del suo irripetibile 1984, e alla cena post-finale il presidente della USTA, Hunter Delatour, chiude il cerchio. Si dice imbarazzato per l'America e decide di introdurre il Codice di Comportamento: chi non lo firma, non può giocare in Davis.

La storia d'amore entra in fase calante, gioca solo quattro incontri fino al 1991. Ma non può essere quello il finale. Serve un ultimo giro di giostra. E arriva a Forth Worth, in Texas, contro la Svizzera dell'amico Hlasek, cui due settimane prima ha confessato che sta per divorziare dalla moglie, Tatum O'Neil. All'ultimo match di Davis in carriera, in coppia con Sampras, McEnroe perde il servizio sul 5-4 Usa nel secondo e perde la testa nel terzo dopo una chiamata dubbia. Se la prende con tutti, anche col capitano Gorman perché non protesta abbastanza. “John, è inutile” gli dice Sampras un paio di game più in là, “andiamo avanti”. Pistol Pete si carica, McEnroe si calma e si trasforma nella pausa dopo il terzo set. È lì che torna il grande leader. Sampras e McEnroe portano il gioco in un posto che gli svizzeri non conoscono e non possono raggiungere. “I love you Mac”, gli dice Pistol Pete a fine partita.

È la sua quinta e ultima Davis. Tenta anche di vincerla da capitano, ma dura solo 14 mesi e non ha lo stesso impatto. Forse perché non ha un John McEnroe da poter schierare.