-
Archivio News

HENRI LECONTE, IL MANCINO DAL BRACCIO D’ORO

Lo avevano ribattezzato “Riton”, Enrichetto, per il talento creativo quanto instabile

di Enzo Anderloni | 17 novembre 2015

Lo avevano ribattezzato “Riton”, Enrichetto, per il talento creativo quanto instabile. A lungo top 10, era in grado di battere chiunque. Non ha mai centrato lo Slam ma è stato finalista al Roland Garros nel 1988 e ha regalato alla Francia l’indimenticabile Davis del 1991. Uno dei tennisti più spettacolari di sempre, in campo a Verona e Modena

di Alessandro Mastroluca

La piscina deserta di un albergo vuoto. Qui, nel primo giorno d’autunno del 1991 Henri Leconte, da solo, sorseggia vino rosso. La Francia ha appena vinto la semifinale di Davis a Pau contro la Jugoslavia. “Riton” non ha giocato, è infortunato alla schiena, è sceso al numero 143 del mondo.

Con la coda dell’occhio, però, vede arrivare Yannick Noah, capitano di quella Francia che non vince la Davis dal 1932, dagli anni dei Moschettieri. Leconte è un mancino creativo che ha sempre cercato il piacere del gioco, il genio incompreso che crea per il bello più che per la vittoria. Con Noah ha vinto il titolo in doppio al Roland Garros del 1984. In singolare ha vinto nove titoli, su tutte le superfici, e ventotto partite contro i top-10. Ma non ha mai vinto uno Slam.

Gioca cercando sempre l’ultimo prezioso tentativo di stupire, si fa ammirare e per questo spesso battere da chi ha meno talento, e sono tanti, ma più acume tattico, e anche loro non sono pochi. Secondo un giornalista francese, in partita Leconte si addormenta per una dozzina di minuti, un arco di tempo in cui resta in campo “col sorriso del bambino che gioca per la prima volta e sbagliando si diverte”.

Specialista del serve and volley, a Parigi però quando sbaglia non si diverte proprio. Lo ferisce ancora la sconfitta in finale contro Wilander nel 1988. In quel Roland Garros aveva eliminato Becker e Chesnokov, ma lo svedese è l’avversario peggiore che abbia mai affrontato, è la sua esatta nemesi. È il trionfo della regolarità, e per un creativo che sente la pressione delle aspettative di un’intera nazione non c’è nessuna sfida più complicata. Il pubblico piange quando lo sente parlare da sconfitto nella cerimonia di premiazione. Leconte per la vergogna non esce di casa per tre giorni.

“Era instabile, passava dal riso al pianto in un battito di ciglia” diceva uno dei suoi allenatori, Patrice Dominguez. “Aveva sempre bisogno di essere supportato, incoraggiato, di sentire l’affetto intorno”. Come al Roland Garros del 1986, quando è sotto di due set a sorpresa contro il modesto brasiliano Motta. Sul 6-6 del terzo, Dominguez gli fa arrivare, attraverso la moglie di un attore seduta lì accanto che lo passa a un ball-boy un bigliettino. “Calmati, abbiamo fiducia in te. Prepara gli attacchi con più attenzione e scendi di più a rete”. Leconte si volta, gli lancia un’occhiata eloquente. “Potevi anche dirmelo prima” c’è scritto in quello sguardo. Non perderà più un game.

Ha bisogno di un condottiero come Noah, che per lui esclude dalla finale Fabrice Santoro, fondamentale a Pau. “Ho bisogno di te. Non per giocare. Per vincere. Senza di te non possiamo farcela, conto su di te”. Leconte piange ancora, ma stavolta di gratitudine. E a Lione, tra il Rodano e la Saone, si regala e regala alla Francia la miglior partita di tutta la sua carriera. È lui che scrive la storia della finale, la storia che dà i brividi perché nessuno la può inventare. E una partita così, nessuno l’avrebbe potuta inventare. Contro un certo Pete Sampras, al debutto in Davis, piazza 34 vincenti. C’è un solo sottofondo, per tutto il match. 8.300 spettatori che vibrano e cantano il suo soprannome come un inno di battaglia, come un salmo di speranza: “Riton, Riton…”. Quando è così amato, Riton non tradisce.

La Grande Sfida 4 - 2015

Per info e biglietti: cliccate qui