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IL GRANDE FRED PERRY E L’ULTIMA DAVIS INGLESE

La Gran Bretagna non vince dal 1936 quando Perry conquistò sia Wimbledon che la Coppa, battendo l’Australia insieme a Bunny Austin

di Enzo Anderloni | 26 settembre 2015

La Gran Bretagna non vince dal 1936 quando Perry conquistò sia Wimbledon che la Coppa, battendo l’Australia insieme a Bunny Austin. Campione del mondo di tennis da tavolo nel 1929, il grande Fred è stato uno dei più forti di sempre con otto titoli dello Slam nel palmares

di Alessandro Mastroluca

“Con la gloria non ci compri da mangiare. Perché non diventi professionista?”. Al Beverly Hills Club, doveva insegnava tennis a Charlie Chaplin, a Groucho Marx, a Jean Harlow e Bette Davis, la domanda gliel’hanno fatta più volte, almeno fino al 1936. E la risposta di Fred Perry era sempre la stessa: “Perché non posso far affondare l’Inghilterra”.

Cambierà idea, dopo aver vinto il suo ultimo Wimbledon e consegnato alla Gran Bretagna quella che ancora oggi è la sua ultima Coppa Davis, proprio contro l’Australia, sul Centrale di Church Road, in coppia con Bunny Austin. Quella stessa Australia che Murray ha piegato praticamente da solo, riportando i britannici in finale per la prima volta dal 1978. E anche allora di fronte, nella semifinale Inter-Zona, c’erano proprio gli Aussies. Al di là dei corsi e ricorsi storici, comunque, Murray e Perry hanno molto in comune.

Eroe popolare come Murray

Perché sono due eroi popolari che l’establishment british e un po’ parruccone ha guardato a lungo con distaccata freddezza.

Perry si è innamorato prima delle luccicanti macchine dei figli della Eastbourne aristocratica nei parcheggi dei country club che del gioco in sé. Ha sempre guardato allo sport come una occasione di riscatto sociale, da quando giocava a calcio per l’Aston Villa, che abbandonerà quando si accorgerà di non avere i numeri per diventare una stella. Scopre però un istinto per il ritmo e per gli sport con la racchetta. A vent’anni, nel 1929 è il primo campione del mondo di ping-pong non ungherese. Poi lascia e si dedica al tennis. “Vincerò la Coppa Davis in quattro anni”, promette al padre che sostiene la sua carriera.

Dal ping-pong si porta dietro la presa continental e un dritto devastante. E in quattro anni, mantiene la promessa. Nel 1933 si allena per qualche tempo a Highbury con i calciatori dell’Arsenal e riporta in Inghilterra la Coppa Davis per la prima volta dal 1912. Va a prendersela a Parigi, contro la Francia dei moschettieri Cochet, Borotra e Brugnon, ormai al crepuscolo. E sarà proprio Cochet ad accompagnarlo per un giro d’onore innaffiato di champagne sugli Champs Élysées. Quando ritorna a Londra, a Victoria Station, insieme a una folla di tifosi entusiasti, trova anche la Diva Suzanne Lenglen, venuta per elaborare il lutto.

Mai amato fino in fondo

Un anno dopo vincerà il primo dei suoi tre titoli consecutivi a Wimbledon, in finale su Jack Crawford. Negli spogliatoi George Hillyard, che dovrebbe consegnargli la cravatta ufficiale dell’All England Club, si limita a lasciargliela su una sedia, e nei corridoi sussurra a Crawford: “Oggi non ha vinto il migliore”. Vincerà la Davis e Wimbledon ogni anno fino al 1936, ma non si farà mai amare. “Mi sono sempre sentito tollerato, non desiderato” dirà, “non sono mai stato parte dell’establishment. Mi sono fatto strada con la forza”. Nemmeno i compagni lo amano. “Ricordo i giornali dopo la vittoria in Davis” diceva Bunny Austin. “Tutti esaltavano Fred, ma nessuno parlava di me”. Così, l’anno successivo, accetta l’offerta che gli arriva dagli Stati Uniti e diventa professionista. Il resto è storia.