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MAUREEN CONNOLLY, PRIMA DONNA SLAM, A 18 ANNI

La soprannominarono “Little Mo”, perché tirava cannonate come una nave da guerra

di Enzo Anderloni | 05 settembre 2015

La soprannominarono “Little Mo”, perché tirava cannonate come una nave da guerra. Completò il Grande Slam nel 1953 perdendo solo un set. In carriera vinse nove major su nove disputati fino al 1954, quando lasciò il tennis dopo una caduta da cavallo

di Alessandro Mastroluca

È un anno di novità, il 1953. Sir Edmund Hillary e Tenzing Norgay sono i primi esploratori a toccare la sommità dell’Everest. Marilyn Monroe fa sognare sulla prima copertina di Playboy. E Maureen Connolly, diciottenne di San Diego, completa la più grande impresa del tennis femminile, il Grande Slam. Nessuna ci era mai riuscita prima. La sua, scriverà Bud Collins, “è stata la più corta delle grandi carriere, ma in pochi hanno fatto più di lei”. Tra il 1951 e il 1954, anno in cui abbandona lo sport agonistico dopo una caduta da cavallo, vince nove Slam su nove, con un record di 50 vittorie in altrettante partite.

Il soprannome da una nave

È un amico giornalista a darle il soprannome che le sopravviverà. Ben Fisher, firma del San Diego Union, paragona i suoi colpi potenti e devastanti alla forza della USS Missouri, la nave americana della Seconda Guerra Mondiale, nota come “Big Mo”. Così, Connolly diventerà per tutti, e per sempre, “Little Mo”. C’è anche lui, insieme al tennista e amico Ben Press, a portare la bara al funerale della bambina-prodigio, campionessa dalla carriera e dalla vita breve, morta di cancro a 34 anni. Ha giocato centinaia di partite con Press, sui campi pubblici di San Diego dove ha imparato le basi del tennis, prima e dopo aver incontrato il suo primo coach, William Folsom, che impone alla mancina Maureen di giocare con la destra. Perché, spiegherà Press anni dopo, all’epoca nessuna giocava con la sinistra.

Il Grande Slam

L’anno di gloria inizia in Australia, dove tra i Championships e varie esibizioni, rimane tre mesi. Perde cinque game nelle prime quattro partite e in finale domina 63 62 la californiana Julie Sampson Haywood. Al ritorno, appare sulle prime pagine di tutti i giornali di San Diego. Scesa dall’aereo, oltre al trofeo, ha in mano un koala e un canguro impagliati. Al Roland Garros, nei quarti, perde l’unico set del Grande Slam di quell’anno, ma vince in rimonta 36 63 63 sulla britannica Susan Patridge-Chartrier. In finale, si vendica di Doris Hart, che ha dieci anni più di lei e l’ha battuta nel match per il titolo agli Internazionali di Roma: chiude 62 64. A Wimbledon, si presenta con il vestito disegnato da Ted Tinling e ritrova di nuovo Hart in finale. Stavolta il duello è più serrato, ma Little Mo si impone comunque in due set, 86 75. “Ricordo che, quando sono uscita dal campo, mi sentivo come se avessi vinto” racconterà Hart. “Davvero, non avrei potuto giocare meglio”. Alla terza occasione, va anche peggio. Agli Us Championships, Connolly cede 15 giochi in cinque partite e ne lascia sei alla rivale, battuta 62 64 per la terza finale di fila in un major.

Il destino crudele

Un paio di giorni prima di perdere la battaglia più importante, Little Mo chiama l’amico Press. “Non ho rimpianti” gli dice, come ha ricordato l’ex tennista al San Diego Union-Tribune, “ho avuto una gran bella famiglia (un marito e due figlie) e una buonissima carriera”. Press piange al telefono. “Non mi disse mai ’Perché è capitato proprio a me?’. Era così giovane, stava morendo, eppure nella sua voce non c’è mai stato nessun segno di amarezza”.