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ECCO PERCHE' FEDERER GIOCA MEGLIO DI 10 ANNI FA

Più potente, più offensivo, più veloce, più imprevedibile: Roger Federer, 34 anni e quattro figli a carico, è riuscito a cambiare ancora il proprio tennis per battere di nuovo Djokovic, ...

di Enzo Anderloni | 24 agosto 2015

Più potente, più offensivo, più veloce, più imprevedibile: Roger Federer, 34 anni e quattro figli a carico, è riuscito a cambiare ancora il proprio tennis per battere di nuovo Djokovic, il più forte della generazione successiva alla sua

di Andrea Nizzero – Foto Getty Images

“Papà, papà! Ti devi mettere il cappello!”. Non importa che tu sia uno degli sportivi più idolatrati di sempre, non importa che il pianeta sia impegnato a tessere le tue lodi, e non importa nemmeno che a 34 anni tu abbia appena battuto numero 1 e 2 del mondo, entrambi di sei anni più giovani di te. A Charlene e Myla non interessa: papà Roger è tutto spettinato e senza cappello, dove crede di andare? “Aspetta” gli urlano, mentre con sguardo severo disapprovano e sembrano pensare “ti renderai ridicolo andando in giro in quel modo”.

Questo siparietto, autentica ciliegina sulla torta dopo una settimana di tennis sensazionale, è andato in scena nei pochi minuti compresi tra il match-point e la cerimonia di premiazione che hanno suggellato Cincinnati. Sette volte Roger ha raggiunto la finale del Masters 1000 dell'Ohio, sette volte ha chiuso da vincitore: è il quarto torneo dove riesce a mettere la firma così tante volte, dopo Dubai, Halle (8) e Wimbledon.

Djokovic invece, per la verità piuttosto opaco questa settimana, non può certo vantarsi del suo bilancio a Cincy: nell'unico 1000 che continua a sfuggirgli ha raggiunto cinque finali, collezionando altrettante sconfitte. Ma Nole, oltre a potersi consolare con il fresco ricordo di Wimbledon, può guardare a questa sconfitta in prospettiva: con i punti vinti, Roger è tornato in seconda posizione mondiale conquistando la seconda testa di serie agli US Open. Ed essere sicuri di evitare questo Federer quantomeno fino alla finale non può che generare sollievo.

Pura gioia è quella che invece ha invaso il volto di Roger e l'ha spinto a raggiungere i suoi sugli spalti, regalandoci un'immagine tanto rara quanto disarmante. Le gemelline Federer hanno 6 anni, e sono venute al mondo quando lo svizzero aveva già iniziato a sentirsi fare domande sul ritiro. Domenica sera, guardando Roger venir rimbrottato dalle sue figlie ormai in età da prima elementare, gli ultimi anni sono sembrati mesi per quanto in fretta sono passati. E non può che scappare un sorriso ripensando alle voci (alcune anche autorevoli) che già nel 2008 gli pronosticavano un'uscita di scena molto prossima.

Guai, però, a dare tutto ciò per scontato. Perché per quanto possano ora sembrare assurde, quelle chiacchiere davano voce a un pericolo reale: è la storia ad aver insegnato che spesso i campioni assoluti, di fronte alle difficoltà presentategli dallo scorrere del tempo, preferiscono mollare. Roger ha saputo fare due cose, una più difficile dell'altra: diventare immenso e rimanerlo. L'ha fatto dimostrando di possedere la qualità che in pochi gli avrebbero attribuito, poco evidente e quasi nascosta dal suo talento, dalla sua fisicità, dalla sua grazia: la capacità di adattarsi ai cambiamenti.

In biologia, è ciò che determina il successo e la longevità di una specie. Sul campo da tennis, significa far durare 17 anni – and counting – una carriera inimitabile, del tutto priva delle soluzioni di continuità che hanno contraddistinto altri anziani eccellenti (Agassi e Serena su tutti). Il cambiamento, per Federer, è arrivato in modi diversi: l'inevitabile incapacità di reggere un'intera partita da fondo campo con la nuova generazione; una schiena che gli ha ricordato più volte di essere un mortale; una coppia di gemelle cui è seguita, cinque anni dopo, una coppia di gemelli; e soprattutto le sconfitte, fisiologicamente più numerose.

Perché, parlando della longevità di Roger, spesso non si presta sufficiente attenzione a un particolare invece fondamentale: sono passati più di tre anni dal suo ultimo trionfo in uno Slam. Sta forse lì, più che in ogni altro dettaglio o prodezza, il miracolo di vedere un Federer come quello che abbiamo ammirato a Cincinnati – motivato, carico e apparentemente spensierato dopo un digiuno così lungo.

Basta prendere il suo ultimo mese e mezzo per cogliere come ha scelto di gestire il tempo che passa. Battuto a Wimbledon, ha dato alla sua mente e al suo fisico cinque settimane piene di pausa dalle competizioni. Si è riposato e si è allenato. Ha saltato Montreal ed è arrivato presto a Cincinnati, dove ha ripreso il lavoro con Stefan Edberg, vale a dire l'architetto che lo ha aiutato a disegnare uno stile di gioco che riesce ad essere antico e rivoluzionario nello stesso tempo. Proprio sul campo d'allenamento è riuscito a capire che un colpo quasi scherzoso (rispondere tre-quattro metri dentro al campo) gli sarebbe potuto tornare utile in contesti ben più seri (il tiebreak di una finale contro il numero 1 del mondo, ad esempio). Durante il torneo, la sua vocazione alla rete è apparsa estrema, ispirata ed efficace.

Alle spalle di questa storia recente ci sono una serie di decisioni giunte quando nessuno immaginava che questi sarebbero stati i risultati. Il cambio di racchetta, nel 2013. La scelta di Stefan Edberg, alla fine di quello stesso anno. La programmazione, il regime di allenamenti e preparazione fisica, modificati radicalmente dopo i problemi alla schiena.

Ora, a 34 anni, Federer si ritrova con un servizio affilato come una spada, il miglior gioco di volo della sua carriera, una reattività da ragazzino, un nuovo schema tattico che manda ai matti gli avversari. A Cincinnati ha spazzato via la concorrenza senza mai perdere la battuta in cinque match: 49 turni di servizio, vinti dal primo all'ultimo.

“Voli sul campo, c***o”, gli ha detto a favor di microfoni un incredulo Feliciano Lopez, dopo essere stato travolto nei quarti. In finale, per ben undici volte ha seguito a rete la seconda… di Nole, dopo altrettante risposte giocate quasi in controbalzo.

“Sono un giocatore migliore adesso di quando avevo 24 anni, perché mi sono allenato per altri 10 anni e ho 10 anni in più di esperienza”: parole sue, pronunciate alla vigilia del torneo americano. La solita frase quasi provocatoria, sarà venuto da pensare a chi ricorda il Federer del biennio 2005-2006. La cosa assolutamente incredibile è guardare una sua partita e ritrovarsi costretti a credergli, parola per parola.