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SERENA VINCE IL DOPPIO DI MARIA: ALLORA PERCHÉ GUADAGNA LA METÀ?

Ha vinto il sesto Wimbledon, 21° Slam in carriera, e ha doppiato in classifica la n

di Enzo Anderloni | 16 luglio 2015

Ha vinto il sesto Wimbledon, 21° Slam in carriera, e ha doppiato in classifica la n.2 Maria Sharapova. Che però guadagna il doppio di lei in fatto di contratti di sponsorizzazione. Dipende dal colore della pelle? Eppure la Williams ormai è grande come Mohammad Alì…

di Andrea Nizzero – Foto Getty Images

Un assordante e inevitabile rumore di numeri e statistiche ha invaso in questi giorni la conversazione su Serena Williams, sempre più vicina a convincere tutti di essere la più grande tennista di tutti i tempi. Il suo secondo “Serena Slam”, il suo sesto Wimbledon e il suo ventunesimo torneo major sono impressi a fuoco nella storia di questo sport e dello sport in generale. Ma tra tutti i dati statistici su cui vi capiterà di posare lo sguardo, sono due cifre apparentemente poco significative a suggerire una delle letture più interessanti sulla storia di questa campionessa. Due cifre che vanno messe vicine.

La prima: Serena Williams, numero 1 del mondo, in classifica ha più del doppio dei punti di Maria Sharapova (13.161 contro 6.490). La seconda: Maria Sharapova, numero 2, guadagna in contratti più del doppio di Serena Williams (secondo Forbes, 22 milioni di dollari contro 11 nell'ultimo anno).

Si parla, ovviamente, di contratti di endorsement. Si parla, di conseguenza, di ciò che il mercato chiede. Banalmente significa che, ad oggi, una donna bianca vende di più (e intimorisce di meno) di una donna nera. Non importa se quest'ultima l'ha battuta 18 volte su 20, le ultime 17 delle quali consecutivamente. Non importa che Serena vada verso la chiusura della sua carriera come la più grande sportiva (sportiva – non solo tennista) della sua generazione. Non importa nemmeno che la storia e il carisma di Serena la rendano il prototipo definitivo della testimonial perfetta: questo è il mondo in cui viviamo oggi, questo è ciò che il mercato impone a noi e a lei. Ed è davvero superfluo elencare tutti gli stereotipi razzisti e soprattutto sessisti che sottendono a questo apparente paradosso. Per coglierne buona parte, del resto, basta partecipare a una qualsiasi conversazione su Serena in un qualsiasi circolo tennis, gruppo di amici, bar sport.

Serena ha la portata sportiva, culturale e sociale che associamo a semi-divinità quali Muhammed Alì. Se ancora facciamo finta di non saperlo, è solo perché parliamo di una donna. Nera. Con un fisico da atleta. E sarebbe l'ora di piantarla.

Era il 1999 quando alzò il suo primo titolo Slam, e in tre lustri si è imposta su tre generazioni diverse: dalle tardive Graf e Seles a Hingis, Davenport, Henin, Mauresmo, Clijsters, fino a Sharapova, Kvitova, Azarenka. Nel frattempo è cresciuta come persona, come tennista, come atleta. I media devono fare i conti con una vera e propria responsabilità, un dovere, nel portare questo messaggio con forza e chiarezza nelle orecchie della gente: di fronte abbiamo un'icona che capita una volta ogni dieci generazioni nello sport tutto, probabilmente irripetibile per il tennis. Una donna che ha preso uno sport bianco anche nei gesti e nel dress-code, l'ha portato a spasso per una quindicina d'anni e tra un altro paio (speriamo non prima) lo riporterà a casa un po' più nero e un po' più pulito. Una donna che, come non bastasse, non risponde ad alcuno schema e non chiede scusa a nessuno per il suo clamoroso successo e per le sue qualità, al momento irraggiungibili. Che non nasconde le sue origini, la sua natura, la sua famiglia, il suo orgoglio, il colore della sua pelle, i suoi muscoli. Poche parole che bastano a far capire quanto dirompente e problematica sia Serena per i canoni che dominano la nostra cultura occidentale e la nostra concezione della donna.

Fin dall'inizio della sua storia, gli esempi si sprecano. Durante il suo primo US Open nel 1999, dovette rispondere ai commenti di Martina Hingis che diede a lei e alla sua famiglia dei chiacchieroni dalla bocca grande (“big mouth”). A Indian Wells, nel 2001, lei e la sua famiglia subirono un'offesa così grande da spingerli a saltare per 14 anni il secondo torneo più importante d'America. “E' stato difficile per me dimenticare le ore perse nello spogliatoio a piangere dopo aver vinto, e il viaggio in macchina per Los Angeles sentendomi come se avessi perso la partita più importante di tutte”, disse Serena qualche mese fa, tornando al torneo californiano per la prima volta dopo l'osceno trattamento che il pubblico riservò a lei e alla sua famiglia in quella famigerata finale del 2001. “Durante tutta la mia carriera, l'integrità è stata tutto per me. E' stata tutto e di più anche per Venus. Quel razzismo strisciante era doloroso, disorientante e ingiusto. In uno sport che amavo con tutto il cuore, ad uno dei miei tornei preferiti, mi sentii improvvisamente indesiderata, sola e spaventata.”

Nel 2006 e 2009 ha subìto rimproveri pubblici rispettivamente da Chris Evert e Pat Cash (i casi più eclatanti) per la sua presunta mancanza d'impegno. I commenti sul suo “essere un uomo”, più o meno velati, si sono sprecati per tutta la sua carriera e sono stati recentemente portati all'estremo dal presidente della Federazione russa, Shamil Tarpischev, che lo scorso autunno si è riferito a Venus e Serena con l'espressione “i fratelli Williams”. Ma non serve un anziano maschilista russo per cogliere il problema: prima della finale contro Garbine Muguruza, il New York Times stesso ha pubblicato un articolo sull'aspetto delle tenniste, sostenendo che molte giocatrici potrebbero avere il fisico di Serena ma “scelgano” di non apparire come Serena.

Per fortuna, poco dopo il suo trionfo a Wimbledon, ha trovato in J. K. Rowling (donna bianca ricchissima, che condivide con lei una storia di umilissime origini) un avvocato difensore di cui non dovrebbe aver bisogno. Di fronte ai suoi cinque milioni di seguaci su twitter, l'autrice di Harry Potter – nonché donna più facoltosa del Regno Unito – ha tappato la bocca (o meglio: la tastiera) del solito cretino che aveva espresso il solito commento sessista sulle fattezze della Williams.

Dopo un Wimbledon in cui ha trovato di nuovo il suo miglior tennis e in cui si è portata ad un torneo di distanza dal Sacro Graal del tennis, Serena merita tutte le celebrazioni, gli articoli e servizi su di lei che avete letto e guardato in questi giorni. Quello che non si merita sono i “ma”, i “se” e i “però” regolarmente rivolti al suo aspetto: se il fatto che sia nera, donna e che abbia due braccia molto più definite e toniche dell'uomo medio vi crea un problema, sappiate che il problema è vostro.

Il tweet di JK Rowling

“E' fatta come un uomo? Sì, mio marito ha proprio questo aspetto in un vestito. Sei un idiota.”: questo il tweet, accompagnato da un'eloquente foto di Serena nella sua prorompente femminilità, con cui l'autrice di Harry Potter ha replicato ad un utente di twitter che le aveva scritto: “La principale ragione del suo successo è che è fatta come un uomo”.