-
Archivio News

ISNER-MAHUT, WIMBLEDON 2010, CAMPO 18: IL MATCH NON FINISCE PIÙ…

Da quando si giocò la sfida record tra John Isner e Nicolas Mahut, ogni volta che un match supera il 6-6 del quinto set la memoria corre ai quei tre ...

di Enzo Anderloni | 09 luglio 2015

Da quando si giocò la sfida record tra John Isner e Nicolas Mahut, ogni volta che un match supera il 6-6 del quinto set la memoria corre ai quei tre giorni di fine giugno 2010. Ecco che cosa ha significato una partita durata 11 ore e 5 minuti e chiusa dall’americano 70-68 al quinto

di Alessandro Nizegorodcew - Foto Getty Images

23 giugno 2010, Wimbledon. Il mio primo Slam da inviato, l’All England Club in tutta la sua bellezza e sacralità, gli occhi viaggiano impazziti come quelli di un bambino nel paese dei balocchi. È il classico momento in cui pensi: questo istante, le sensazioni indescrivibili vissute, vanno fissate in maniera indelebile nella memoria. Assisto a un bellissimo match tra Florian Mayer e Mardy Fish, vinto dal tedesco in quattro set, e mi dirigo in sala stampa. Tutti i giornalisti, italiani e non, sono molto più concentrati sul calcio, la Coppa del Mondo in Sudafrica e le relative vuvuzelas. Qualcuno esulta al gol di Defoe in Inghilterra-Slovenia, mentre ben più calorose sono le urla «yankee» alla rete di Donovan contro l’Algeria.

Pian piano però tutti i colleghi iniziano ad accorgersi che sul campo 18 uno dei più belli di Wimbledon, sta avvenendo qualcosa di davvero insolito. Nicolas Mahut e John Isner sono impegnati nel quinto set di un match cominciato, e quindi interrotto, nella giornata di ieri. Inizialmente seguo la sfida tramite il monitor della sala stampa, ma sul 32-32 decido che è ora di cercare un introvabile pertugio. Non voglio essere l’uomo che: “ma come eri a Wimbledon nel 2010 e non hai visto Isner-Mahut?!”.

Mi faccio coraggio e provo ad accedere al campo: vi sono due tribunette laterali, molto piccole, dove non tento nemmeno l’impresa, oltre a una curva leggermente più capiente ma altrettanto inaccessibile. Ci vogliono 20 minuti per girare intorno al campo e tentare l’approdo alla terrazza adibita a radio e tv. Riesco a trovare uno spiraglio tra due giornalisti francesi e Guy Forget, che incita costantemente «Nico». Per il momento riesco a vedere solamente metà campo e la parola scomodità è un semplice eufemismo, ma questo e altro per un match che, ormai è chiaro, sta entrando nella storia del tennis.

A pochi metri da noi Roger Federer sta rischiando seriamente l’eliminazione contro Bozoljac, ma a nessuno interessa; sono tutti concentrati su un gigante di Greensboro e un francese dal tennis spumeggiante. Sento una voce dietro di me chiedere in inglese: “Non vedo nulla, quanto stanno?”. Mi giro e rispondo, trovandomi di fronte un divertito Gael Monfils.

Isner pare molto vicino allo svenimento, Mahut si tuffa da una parte e dall’altra ma le energie iniziano a mancare. Sul 53-53 J.C. Tatum, uno degli storici soci di Wimbledon, sorride e mi dice: “Ma è un commedia, non ci credo!”. Sul volto di Monfils arriva qualche smorfia e, dalla maglia a maniche corte, si passa alla felpa col cappuccio.

Sono lontano dal campo ma immagino il volto tirato anche del giudice di sedia Mohamed Layani. Alle 21.45 londinesi Inser tiene il servizio e sale 57 a 56 nel momento in cui il solo quinto set è giunto a 400 minuti di durata. Quasi 7 ore. Alle 22.07 Mahut annulla match point e l’incontro viene sospeso sul 59-59. Ci guardiamo tutti in faccia: giornalisti, tecnici di radio e tv, Forget, Monfils, Tatum e tanti altri, esterrefatti di fronte a un evento unico e inimitabile. Non c’è il campione, l’ex giocatore, il decano del circolo, il radiocronista e il tecnico delle luci. Per un giorno, per un lungo momento, siamo tutti uguali di fronte al mito del tennis.

24 giugno 2010, Wimbledon. Sono passati 33 anni dall’ultima visita a Church Road della regina Elisabetta II, ma l’attenzione di tutti è rivolta alla conclusione di Isner-Mahut. L’Italia riesce a perdere 3-2 contro la Slovacchia e viene eliminata dalla Coppa del Mondo, mentre i giornalisti francesi gufano e ci prendono in giro in sala stampa. La sfida infinita ricomincia dal 59-59 e si va avanti come nulla fosse, come se l’interruzione non ci fosse mai stata. Isner, che ha il vantaggio enorme di servire per primo, sale 69-68 e, con Mahut alla battuta sul 30-30, arriva il momento decisivo.

Non potrò mai dimenticare i successivi due punti: il francese serve al corpo e si porta a rete, risposta di diritto, demi-volée di Mahut sulla riga e passante vincente di Isner che porta al match point. Servizio a uscire da sinistra, risposta bloccata di rovescio, volée non definitiva di Mahut e passante vincente col rovescio lungolinea dello statunitense. Alzo istintivamente le braccia al cielo mentre Isner si butta in terra. In realtà non tifavo per lo «yankee» ma l’aver vissuto questo incredibile match mi porta a esultare. L’abbraccio tra i due, esausti, è splendido. La forza dello sport, la forza del tennis.

Da allora, ogni qualvolta un incontro supera il 6-6 al quinto set, che sia a Melbourne, Parigi, Londra o in Coppa Davis, il pensiero corre in automatico verso John Isner e Nicolas Mahut, che però molto difficilmente potranno vedersi sottratto il loro incredibile record. Una targa sul campo 18 è lì, in bella mostra, a ricordarlo per sempre.

I 3 match più lunghi di sempre

J. Isner b. N. Mahut (Wimbledon 2010): 11h e 5 min. Punteggio: 6-4 3-6 6-7(7) 7-6(3) 70-68)

L. Mayer b. J.Souza (Coppa Davis 2015): 6h e 42 min. Punteggio: 7-6(4) 7-6(5) 5-7 5-7 15-13

F. Santoro b. A. Clement (RG 2004): 6h e 33 min. Punteggio: 6-4 6-3 6-7(5) 3-6 16-14

I due più corti

J. Nieminen b. B.Tomic (Miami 2014): 28 min e 20 secondi. Punteggio: 6-0 6-1

G. Rusedski b. C. Arriens (Sydney 1996): 29 minuti. Punteggio: 6-0 6-0