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NADAL LOGORATO COME WILANDER E COURIER?

La parabola di Rafa Nadal ricorda le storie di due grandi ex, plurivincitori di Slam, dal tennis molto fisico e regolare

di Enzo Anderloni | 03 luglio 2015

La parabola di Rafa Nadal ricorda le storie di due grandi ex, plurivincitori di Slam, dal tennis molto fisico e regolare. A un certo punto il loro motore fisico e mentale è andato fuori giri

Da Londra, Angelo Mancuso – Foto Getty Images

La pesante sconfitta di Nadal al secondo turno di Wimbledon contro l’estroso Dustin Brown, tennista rasta unico nel suo genere, ma certo non un fenomeno della racchetta, conferma il trend negativo del mancino spagnolo sull’erba londinese, dove pure ha trionfato due volte (2008 e 2010) e giocato altre tre finali. Basta andare a guardare la classifica degli avversari con cui ha perso nelle ultime quattro edizioni: Rosol (secondo turno 2012) numero 100 Atp, Darcis (primo turno 2013) numero 135, Kyrgios (ottavi 2014) numero 144 e ora Brown numero 102. Ma al di là di questi dati, il ko di ieri sul Centre Court potrebbe essere il segnale di un declino ineluttabile. La conferma, insomma, che la cocente sconfitta contro il grande rivale Djokovic di poco meno di un mese fa al Roland Garros potrebbe aver segnato la fine di un’era. Prima il maiorchino perdeva di rado, nel 2015 le sconfitte sono già 12 e su tutte le superfici, terra rossa compresa. Soprattutto prima i passi falsi erano spesso legati ad infortuni, ora no.

“Negli ultimi mesi l’ho seguito spesso – sottolinea Corrado Barazzutti, capitano azzurro di Davis e Fed Cup – sta giocando male. Il diritto non funziona: è corto, non costringe gli avversari all’errore mettendoli sotto pressione come faceva prima. Rafa non ha mai collezionato molti vincenti e il servizio non lo aiuta. E ha smarrito la convinzione. Il suo tennis è molto legato all’aspetto atletico, fa più fatica di Federer e anche se ha 5 anni in meno dello svizzero è più logoro”.

L’impressione è che Rafa a 29 anni e con tanti infortuni alle spalle, a cominciare dalla martoriate ginocchia, non abbia più la forza fisica e mentale per stritolare gli avversari come un tempo. Ha anche provato a cambiare racchetta: la sensazione è che con il passare degli anni abbia meno forza e necessiti di maggior spinta a costo di perdere in termini di controllo.

La sua vicenda ricorda per molti aspetti altri due grandi numeri uno del passato, Mats Wilander e Jim Courier. Anche il loro tennis era molto fisico e basato su una disciplina ferrea, in campo e fuori. Diverse le epoche, simili le storie.

LA PARABOLA DI WILANDER

Wilander (nella foto vinvitore al Roland Garros con Monica Seles) era il prototipo del tennista svedese del post Borg: atleta formidabile, freddo e lucido. un moto perpetuo tecnicamente non eccelso, un contrattaccante paziente e spietato come un killer nel momento di colpire. Nel 1988 conquistò tre tornei dello Slam (Australian Open, Roland Garros e US Open) e chiuse l’anno da number one incontrastato. Ma dopo quella stagione da dominatore, a soli 24 anni, scoppiò letteralmente entrando nel tunnel di un inesorabile declino e riuscendo in seguito a vincere solo un titolo minore a Itaparica, in Brasile. Nel 1989 sprofondò fino al 70esimo posto del ranking: un crollo dal quale non si riprese mai più. Si ritirò per un paio d’anni, provò a tornare nel 1993 prima di essere squalificato per doping (cocaina) .

… E QUELLA DI COURIER

Tre stagioni all’alba degli Novanta memorabili. Il 1993 del campione statunitense cominciò con il trionfo agli Australian Open in finale contro Edberg: il caldo opprimente dell’estate australe favorì lo strapotere atletico di Jim, che occupava la prima posizione mondiale. In campo metteva un’intensità inarrestabile e con il suo diritto stile baseball brutalizzava i rivali. In quello stesso anno perse la finale del Roland Garros di fronte allo spagnolo Bruguera, ma centrò l’impresa di conquistare tra lo scetticismo generale la finale sull’erba di Wimbledon battendo il volleatore principe Edberg, ancora lui. Poi, però, si arrese al connazionale Sampras, maestro del tennis sui prati.

Aveva soli 23 anni e di fatto la sua avventura si chiuse lì. Perse la prima posizione mondiale, soprattutto smarrì le motivazioni. Visse delle stagioni modeste, niente di paragonabile alle tre precedenti che lo avevano lanciato giovanissimo al vertice: l’unico acuto nel 2005 con una semifinale agli US Open. Il suo tennis non era più tambureggiante e intenso, la sua rabbiosa furia agonistica era svanita: dopo anni passati a faticare e sudare in campo spingendo sempre al limite, la macchina da guerra si era irrimediabilmente inceppata. Capì si non essere più da corsa e decise di dire basta nel 1999 a 29 anni.

QUELL’IMMAGINE DI UN ANNO FA…

Nadal ne ha compiuti 29 lo scorso 3 giugno, proprio nel giorno della sconfitta al Roland Garros, il suo torneo, contro Djokovic. Sulla terra rossa parigina aveva colto il nono titolo un anno prima (era l’8 giugno), un record che resterà probabilmente ineguagliato.

Ma a posteriori, ripensando a quel pomeriggio trionfale del 2014, resta l’immagine di un ragazzo quasi trasfigurato dallo sforzo, dalla fatica disumana. Non sembrava neppure lui mentre alzava ancora al cielo la “sua” Coppa dei Moschettieri. Forse è stato quello il primo segnale della fine di un regno.