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IL GIORNO CHE MANDELA IN PRIGIONE TIFÒ PER ARTHUR ASHE

Il 5 luglio 1975 Arthur Ashe, americano di Richmond, superò con una tattica perfetta la strapotenza dell’allora n

di Enzo Anderloni | 04 luglio 2015

Il 5 luglio 1975 Arthur Ashe, americano di Richmond, superò con una tattica perfetta la strapotenza dell’allora n.1 Jimmy Connors e divenne il primo campione di colore a Wimbledon. Un capolavoro che arrivò alla radiolina della prigione sudafricana di Robben Island

di Alessandro Mastroluca

Il trionfo dell’intelligenza sulla forza. Una vittoria che ha fatto di un grande uomo, un grande campione. A 40 anni di distanza, la vittoria di Arthur Ashe, primo campione di colore a Wimbledon, nella cattedrale dei gesti e dei vestiti bianchi, non ha perso significato né forza simbolica.

Cresciuto nell’America segregata in cui i neri potevano al massimo diventare giardinieri nei country club per bianchi, trova la sua guida in Robert Walter Johnson, “Turbine”, figura chiave della American Tennis Association, l'equivalente della USLTA per i neri. Con un fratello al fronte in Vietnam, Ashe cresce pacifista, più vicino a Martin Luther King che alle Pantere Nere.

Vince davanti agli occhi del padre la prima edizione degli Us Open nel 1968, nel 1972 contribuisce a creare l’ATP e nel 1973 gestisce la più grave crisi del tennis, il boicottaggio ai Championships per protestare contro la squalifica di Niki Pilic reo di non aver risposto alla convocazione in Davis. Quell’estate diventerà il primo tennista nero a giocare in Sudafrica, perché la Federazione vuole evitare una nuova squalifica in Coppa Davis a causa dell’apartheid. Chiede la completa desegregazione degli spalti, otterrà solo che ai neri sia venduta una parte di biglietti in tutti i settori, e va a trovare i ragazzi nella township di Soweto.

La finale di Wimbledon, che perfino Nelson Mandela a Robben Island ascolta alla radio quel 5 luglio del 1975, rimane il suo capolavoro. Connors lo detesta, perché, essendo iscritto al World Team Tennis, gli ha impedito di iscriversi al Roland Garros nel ’74 e lottare per il Grande Slam. Ashe, dalla sua, non sopporta il suo scarso patriottismo: per questo entra in campo con il giubbotto blu con la scritta USA.

La tattica è perfetta (da fondocampo, palle basse, morbide, centrali o leggermente verso il diritto troppo “piatto” di Connors e passanti/mezzi lob sul rovescio quando Jimbo lo attacca, approfittando del fatto che l’impugnatura bimane nella volée ne limita l’allungo).

Dopo 45 minuti Ashe è avanti di due set: 6-1 6-1. Ma Connors, campione in carica, vive per competere e Ashe smette di seguire il piano tattico che l’ha portato fin lì. Jimbo vince 7-5 il terzo e allunga 3-0 al quarto. Il 32enne Arthur jr., che sarebbe sfavorito al quinto, torna alla tattica iniziale, rimonta e per il match point sceglie lo schema più semplice, il più efficace: servizio a uscire e comoda volée di dritto.

Continuerà a giocare fino al 1979. Dovrà operarsi due volte al cuore, e dopo il secondo intervento ha bisogno di una trasfusione di sangue. Ancora non lo sa, ma il donatore era malato di AIDS, che in quel 1983 era ancora considerata la malattia dei gay: i controlli preventivi saranno introdotti nell’85. Ashe scopre di essere malato nel 1988 e mantiene il segreto fino al 1992. Quando un amico giornalista gli chiede conto delle voci, convoca una conferenza stampa: non vuole che siano altri a dare la notizia per lui.

Fino alla morte, il 6 febbraio 1993, ha continuato a battersi in favore dei neri e dei rifugiati di Haiti, accusati di aver portato l’AIDS in America. “Non ho mai voluto”, ha scritto nel suo memoir Days of Grace, “che la mia vita fosse definita solo dalla vittoria a Wimbledon”.