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LACOSTE LT 12: PROVATA LA NUOVA RACCHETTA DI LEGNO

Siamo scesi in campo con un attrezzo fatto di tiglio, balsa, noce (e uno strato di grafite), costruita secondo i parametri del 21° secolo

di Enzo Anderloni | 25 giugno 2015

Siamo scesi in campo con un attrezzo fatto di tiglio, balsa, noce (e uno strato di grafite), costruita secondo i parametri del 21° secolo. Piatto da 100”, 300g di peso, la Lacoste LT12 picchia forte, ma è molto sensibile e pastosa. E il back è una libidine. Realizzati solo 650 pezzi

di Enzo Anderloni

Per il primo strato, all’interno del piatto corde, metti un listello di tiglio: sarà l’ideale per assorbire le vibrazioni dalle corde. Poi ci vuole uno strato di balsa, leggera, delicata: assorbirà lo shock degli impatti. Sopra, uno strato di grafite, il necessario compromesso con la modernità: serve a dare forza alla struttura per contenere il peso. Infine, all’esterno, un bel listello di noce, durissimo. Il guscio protettivo. 5 ore di lavoro ha impiegato Alain Zanco, l’artigiano di Albertville, a realizzare ciascuno dei 650 telai che ha sviluppato insieme ai tecnici Lacoste per quella che ha il sapore di una romantica scommessa. Costruire nel 2015 una racchetta con gli stessi materiali che si usavano fino agli Anni Settanta del secolo scorso. E che sia competitiva con quelle di oggi. L’avevamo vista sul sito Lacoste ai primi di aprile. Stava per essere messa in vendita. E l’abbiamo sparata in copertina. Ora finalmente abbiamo tra le mani un esemplare dei 650, il n. 88 della serie andata subito a ruba nonostante il costo unitario non lieve (550 euro). E non vediamo l’ora di testarlo con l’apparecchiatura che usiamo sui telai di oggi e di scendere in campo per “sentirla”, provarla in azione.

Uno spessore importante

Una nota storica prima di tutto: non è la prima racchetta di concezione moderna e di ampio piatto corde realizzata in legno. C’è da ricordare su tutte la Prince Woodie, spettacolare racchettone da 107 pollici quadrati di piatto uscito alla fine degli Anni ’70 e portato al successo dall’australiano Peter McNamara. Poi venne la Snauwaert di Miloslav “gattone“ Mecir, midsize con il cuore aperto, che lo slovacco usò per tutta la carriera mentre i suoi avversari (Lendl, Becker, Edberg…) erano tutti grafite. Mecir arrivò al paradosso da farsi dipingere il legno (verde metallizzato) affinchè sembrasse fibra come il modello in commercio. Perché? Perché la sensibilità, il feeling del legno è impareggiabile e lui, che era uno straordinario pennellatore di colpi, non poteva separarsene. Una racchetta di Mecir è il sogno di tutti i collezionisti moderni. Lui, che ha cresciuto un figlio da Circuito Pro, pare ne abbia ancora una scorta ma di sicuro le tiene ben strette. Dunque quando è arrivata questa Lacoste LT12 l’attrazione è stata forte. Poi una nota strutturale: il particolare che salta subito agli occhi è lo spessore del telaio: 23 mm costanti. L’aspetto che più si stacca dalle vecchie racchette di legno che nell’ovale erano spesse 17-18 millimetri. I 23 millimetri una Dunlop Maxply, grande classico, li raggiungeva nel rinforzo delle spalle , alla base del piccolo piatto corde (circa 70 pollici quadrati, 440 cmq). Piatti corde più grandi erano ritenuti improponibili, per il peso che avrebbe dovuto avere le racchette, che si aggirava intorno ai 400 grammi già così, col “piattino”. Dunque il primo salto concettuale è stato l’aumento di spessore, bilanciato dalla scelta di legni di diverso peso specifico e caratteristiche.

Elastica ma non troppo

Quando metti la racchetta sul Diagnostic il dato che aspetti con più ansia è quello della rigidità: il telaio non si spaccherà nella trazione? Dubbio irrazionale. La LT12 non flette più di una grafite di spessore medio basso. 63 punti di rigidità su 100 sono un valoreallineato alla media delle “moderne” non troppo rigide. Il resto dei numeri esprime la ricerca di spinta, di potenza. A cominciare dal bilanciamento che, con le corde (un sintetico multifilamento Babolat Excel) arriva a cm 34,1 e dunque è decisamente verso la testa dell’attrezzo. Così, nonostante il peso contenuto (317 grammi), l’inerzia, cioè l’attitudine alla spinta, arriva addirittura a 341 punti. Non è un caso che il Diagnostic, interpolando i dati, parli di una racchetta più di potenza (56 punti su 100) che di controllo (42 su 100). E che la maneggevolezza sia buona (61 su 100) ma niente di più.

Impatto morbido e pastoso

Sul campo i dati si dimenticano velocemente. Certo, la racchette spinge forte e non è troppo maneggevole. Ma non è questo che colpisce. E’ la sensazione di avvolgere la palla con la mano e di farla girare come una trottola che si ha giocando il back di rovescio che resta impressa. E’ la pastosità unica. E’ il fatto che volendo si spinge forte come con la grafite, anche se chi vuole spaccare la palla, non va certo in cerca di un violino per farlo. Preferisce un pezzo di binario del tram. Lasciando al box qui a fianco il compito di approfondire le sensazioni in campo, due considerazioni finali che potrebbero diventare due spunti per discutere.

È il piatto che fa la differenza

La prima: giocare con questa racchetta aiuta a capire che chi attribuisce ai materiali tecnologici la colpa di aver cambiato il gioco, rendendolo troppo potente e monotono, ha sbagliato mira. O meglio ha mescolato il mezzo con il fine. La differenza nel gioco non la fanno i materiali ma le dimensioni del piatto. I materiali hanno solo permesso l’evoluzione delle dimensioni del piatto (oggi si arriva fino a 130 pollici quadrati con racchette che pesano oltre 100 grammi meno di quelle con il piatto da 65). Ma se costruisci una racchetta di legno con il piatto da 100” ottieni gli stessi risultati in campo di un attrezzo in grafite. La seconda, logica conseguenza, è che se si volesse cercare di limitare la violenza del gioco, premiando la classe a discapito della muscolarità, non è necessario tornare indietro nel tempo ed eliminare la tecnologia. Basterebbe imporre racchette, di qualunque materiali siano fatte, con il piatto da 70”. E tutti dovrebbero guardarla bene quella palla coperta di feltro giallo prima di impattarla. Invece di chiudere gli occhi e sparare.

Per leggere anche le impressioni di gioco del nostro tester Mauro Simoncini, le schede tecniche e i rilevamenti in laboratorio della Lacoste LT 12 scaricate gratis SuperTennis Magazine n. 22, cliccando qui