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TERRAIOLO? NADAL È ANCHE UN GRAN… ERBAIOLO

Rafael Nadal è tornato a vincere un torneo e lo fa sull’inedita erba di stoccarda

di Enzo Anderloni | 16 giugno 2015

Rafael Nadal è tornato a vincere un torneo e lo fa sull’inedita erba di stoccarda. Carriera, e risultati, dimostrano che il verde è comunque “casa sua”. Nonostante i pregiudizi e i 5 anni di digiuno

di Andrea Nizzero

Qualche tempo fa Pete Sampras, un signore che ha qualche credenziale per parlare dell’argomento, ha definito il buon tennista da erba come “una persona che si muove bene sul verde, e un buon atleta. Quando giocavo, la gente sosteneva che il servizio fosse la chiave, ma io ho sempre pensato che fosse la risposta al servizio”. Ci sono pochi giocatori cui il profilo tracciato da Pete calzi meglio che a Rafael Nadal. Il sorriso più pieno e rilassato della tormentata stagione 2015 dello spagnolo è arrivato su sfondo verde, a Stoccarda. In uno dei momenti più difficili della sua carriera, Rafa è tornato a vincere sull’erba interrompendo un digiuno che durava da cinque anni.

Più tempo Nelle ultime stagioni, le sue risorse fisiche e mentali - non più illimitate - venivano investite con priorità massima sulla terra battuta. Arrivando sull’erba letteralmente all’indomani dei suoi trionfi parigini, si trovava costretto a lottare con una brama di riposo e una nostalgia di casa che probabilmente gli sono costate qualche eliminazione di troppo nei tradizionali warm up pre- Wimbledon. La recente (e cocente) sconfitta nei quarti del Roland Garros gli ha invece permesso di pianificare le sue giornate tra il rosso e il verde in modo diverso, più umano. Le giornate a pescare a Maiorca le ha potute spendere prima di calcare l’erba, e non - come i suoi nove Roland Garros gli hanno sempre imposto - dopo. Quale modo migliore per dare nuova linfa al vecchio adagio “non tutto il mal vien per nuocere”: all’improvviso, sulla superficie più rapida, Rafa torna a essere giocatore temibile.

Asso nella manica In altra sede, si potrebbe portare avanti la tesi che vuole Nadal protagonista del miglioramento tecnico più clamoroso di sempre su questa superficie. Senza andare troppo a fondo, basta osservare il modo diverso con cui usa il servizio. Sul rosso non cerca mai l’ace, mentre sull’erba lo cerca e lo trova: in carriera, su terra battuta, Rafa ha una media inferiore ai due ace a partita (1,94); su erba, è di oltre tre volte superiore (6,13 ace a match). La superficie aiuta, ovviamente, ma per intenderci basti dire che Federer riesce ad aumentare il numero dei suoi ace del 50% (da 6 a 10), ben diverso dal 200% in più di Rafa.

Doppiette I nove titoli di Nadal a Parigi rimarranno, anche non dovessero incrementare, il suo più grande risultato, nonché una delle imprese più im- pressionanti della storia dello sport. Ma sono state le sue due doppiette Roland Garros – Wimbledon (2008 e 2010) a permettergli di trascendere in modo definitivo l’appellativo di terraiolo e di entrare nella conversazione sul più grande di sempre. E proprio per le contingenze sopra descritte, per parlare del Nadal erbivoro bisogna stringere il cerchio, non allargarlo.

Solo Wimbledon Per lui, erba significa Wimbledon. Il resto è, con tutto il rispetto, una sorta di prova simulata. Guardando i numeri, emergono dei dati interessanti: se escludiamo Wimbledon, all’inizio della stagione verde 2015 Nadal aveva vinto il 66% delle sue partite sull’erba (14 vittorie, 7 sconfitte). Per un giocatore del suo rango, è una percentuale mediocre. Analizzando esclusivamente il suo rendimento a SW19, la percentuale di vittorie schizza all’83%, con 39 vittorie e 8 sconfitte. E questo è un dato da fenomeno, che va vicino ai quattro grandi specialisti della superficie: Sampras (83%), Borg (84%), McEnroe (85%) e Federer (primo nell’Era Open con l’87% di vittorie).

Ginocchia complici Naturalmente, non è solo questione di riposo e numeri. Tra i motivi con cui si è tentato di spiegare i suoi recenti fallimenti sulla superficie ci sono le ginocchia. Vero tallone d’Achille dell’ex numero 1 del mondo, negli ultimi anni le sue famigerate “rodillas” gli avrebbero reso troppo difficile piegarsi costantemente sulle gambe, assoluta necessità giocando con i rimbalzi bassi restituiti dall’erba. Difficile sapere quanto ciò corrisponda alla realtà. Ciò che davvero è fuor di dubbio è il fatto che alle sue più clamorose sconfitte londinesi siano seguiti periodi di stop più o meno lunghi. Volendo cercare la verità nel mezzo si può quindi sostenere che sì, le ginocchia sono state complici dei suoi insuccessi, ma che egual responsabilità va attribuita ai massacranti sei mesi che avevano preceduto il torneo.

E adesso? Suo malgrado, la prima metà del 2015 non è stata pesante come le precedenti. Le sconfitte che l’hanno ferito fin qui potrebbero aver prevenuto la sindrome post Roland Garros che l’ha sempre colpito dal 2011 a oggi. E tornare a vincere in un torneo dove l’erba nasce dagli stessi semi di segale utilizzati a Wimbledon, potrebbe rappresentare tanto una conferma quanto un buon auspicio.