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TERRA, ERBA, GHIACCHIO: DROBNY, CAMPIONE OVUNQUE

Due volte vincitore sulla terra rossa a Parigi, nel 1951 e ’52, e una sull’erba di Wimbledon (nel 1954) il cecoslovacco che cambiò 4 passaporti fu l’esempio del campione versatile

di Enzo Anderloni | 12 giugno 2015

Due volte vincitore sulla terra rossa a Parigi, nel 1951 e ’52, e una sull’erba di Wimbledon (nel 1954) il cecoslovacco che cambiò 4 passaporti fu l’esempio del campione versatile. Al punto che conquistò anche un’oro olimpico nell’hockey su ghiaccio

di Alessandro Mastroluca

Il campione esule. L’eroe dei due mondi e dei due sport. Jaroslav Drobny ha superato gli orrori della guerra, ha rinnegato il regime comunista e giocato a Wimbledon per quattro diverse nazioni: Cecoslovacchia, Boemia-Moravia, Egitto e Gran Bretagna. Figlio del custode del primo Lawn Tennis Club di Praga, palleggia con il padre di Martina Navratilova e la madre di Ivan Lendl ma non vede in realtà l’erba fino al suo esordio a Wimbledon, a 16 anni. “Allora la odiavo” ha scritto nella sua autobiografia, Champion in Exile, “poi è diventata la mia superficie preferita”. Negli anni della guerra, si ritrova impiegato in una fabbrica che produce bossoli per proiettili e taniche di benzina. Per tutti gli anni ’40 si divide tra la racchetta e l’hockey, che gli lascia in eredità il fisico compatto e gli occhiali, cui deve l’aria e il soprannome di professore. È l’attaccante della gloriosa nazionale che arriva all’argento olimpico a Saint-Moritz nel 1948.

La Cecoslovacchia, entrata nel blocco sovietico, lo venera, ma solo quando vince. “Lo sport” scriverà, “è la più facile e la più economica delle forme di propaganda”. Se ne accorge nell’estate del 1949, dopo aver perso la sua prima finale a Wimbledon. La stampa in patria lo attacca e la federazione gli ordina di non giocare il torneo di Gstaad e rientrare in patria. Per tutta risposta, defeziona. “Mi sono chiesto molte volte se quella era la scelta giusta. A Praga avevo la mia famiglia, una casa, una macchina. Ero l’atleta più forte della nazione, prendevo un ottimo stipendio per non fare praticamente nulla. Sapevo che, finché avessi vinto, avrei potuto vivere da re. Ma appena avessi cominciato a perdere, sarei diventato inutile e si sarebbero ripresi tutto quello che mi avevano dato. E non volevo correre questo rischio”.

L’anno successivo incontra quella che diventerà sua moglie, Rita, e andrà a vivere nel Sussex. Ma otterrà la cittadinanza britannica solo nel 1959. Negli anni più importanti della sua carriera (vince a Parigi nel 1951 e ‘52, gioca per l’Egitto grazie all’aiuto di Faida, sorella di Re Faruk, che gli concede il passaporto. È sotto la bandiera egiziana che perde la finale del ’52 e vince il memorabile terzo turno contro Budge Patty nel ’53: 8-6 16-18 3-6 8-6 12-10 in 4 ore e 23 minuti. Per celebrare il match allora più lungo nella storia del torneo, la duchessa di Kent regalerà a entrambi un portasigarette d’oro con inciso il punteggio.

È nel 1954, però, che fa davvero la storia. Testa di serie numero 11, all’undicesima partecipazione, batte ancora Budge in semifinale e a 32 anni si gioca il titolo con il 19enne Ken Rosewall. “Ero già sposato, e mia moglie era incinta” scrive. “Ricordo che il giorno prima della partita sono andato a pescare poi sono tornato a casa, mi sono seduto in poltrona e ho detto a Rita: ’Domani vincerò’”. Andrà esattamente così. Si impone in quattro set magistrali. Il pubblico lo applaude per cinque minuti. Il senso di inferiorità che l’ha accompagnato per tutta la vita è finalmente alle spalle. L’esilio del campione è finito.