-
Archivio News

WAWRINKA, LA COSA BATTE NOLE MR FANTASTIC

Tennis da fantascienza in finale al Roland Garros

di Enzo Anderloni | 07 giugno 2015

Tennis da fantascienza in finale al Roland Garros. Stan The Man incanta ma la folla si innamora definitivamente anche di Djokovic

di Enzo Anderloni - Foto Getty Images

Il più grande spettacolo dopo il big bang, disse Jovanotti, siamo noi, io e te. Probabilmente è questo che Stan Wawrinka e Novak Djokovic si sono sussurrati all’orecchio abbracciandosi a cavallo della rete a fine match.

Ha vinto lo svizzero, chiudendo la striscia vincente del serbo e precludendogli la possibilità di puntare alla realizzazione del Grande Slam, ma insieme hanno fatto vincere il tennis, interpretandolo a un livello straordinario in termini di qualità tecnica, intensità, spettacolarità e conseguenti emozioni regalate.

L’aveva detto Wawrinka nella conferenza stampa dopo la semifinale vinta contro Jo Wilfried Tsonga: “So che quando gioco bene posso battere chiunque”. E l’aveva più volte dimostrato, a cominciare dal successo agli Open d’Australia 2014. L’aveva confermato nel suo match dei quarti di finale contro Roger Federer. Chi come al solito aveva letto la sconfitta di Federer con la tiritera secondo la quale il “vecchio“ Roger non sarebbe più in grado di competere con i migliori sulla distanza dei 5 set non aveva capito niente.

La verità è che Wawrinka esplodeva entrambi i fondamentali da fondocampo con la violenza “animale” che il suo fisico potentissimo gli consente e mandava la palla a due spanne dalla riga di fondo, dove nessuno è in grado di ribattere con continuità. Si era visto Federer difendersi impattando di controbalzo, quasi delle demivolée dalla riga di fondo, pur di rimanere negli scambi. E il servizio di Stan viaggiava come un treno ( a oltre 220 km /h) e pesava come la locomotiva.

Non a caso lo chiamano anche “Stanimal” o “Stan The Man”, soprannome attribuito in passato anche a Stan Lee, presidente e grande anima della Marvel Comics. Ecco, a un personaggio come Lee, sarebbe piaciuta la finale 2015 del Roland Garros: un supereroe che si allunga in modo inverosimile su tutte le palle e le ribatte alla velocità della luce di là dalla rete, Mr Fantastic Nole Djokovic, contro un gigante roccioso che spacca la palla, smecciando anche di diritto e, (soprattutto) di rovescio, non solo quando l’altro gli alzava dei lob, La Cosa Stan Wawrinka.

Un giocatore che da quando si è messo a lavorare duro con il coach svedese Magnus Norman (che a Parigi era arrivato in finale nel 2000), e si è scrollato di dosso il ruolo di svizzero n.2, riesce a esprimere un gioco che nemmeno SuperDjokovic è in grado di arginare.

Ci ha provato Nole. Ha cominciato scegliendo una tattica attendista, da muro di gomma. Sapeva che non gli sarebbe convenuto metterla sulla bagarre, ripicchiare colpo su colpo, perché fare a braccio di ferro con “La Cosa”, è sconsigliabile per chiunque. Così da inimitabile uomo di gomma ha tenuto negli scambi, senza spingere troppo, se non di fronte a palesi occasioni per chiudere il punto. E ha puntato sull’emotività di Wawrinka, sulla possibilità di non fargli prendere progressivamente ritmo.

L’idea ha funzionato per un set e mezzo. Poi non è bastata a contenere lo svizzero che ha cominciato a far spalancare le bocche dei 15.000 dello stadio Chatrier con i suoi straordinari rovesci a una sola mano, più potenti e definitivi di quelli bimani di Djokovic. Che pure è accreditato del rovescio migliore del mondo.

Ha provato di tutto il n.1 del mondo. Alla fine ha tentato di spingere forte anche lui e il match è salito ancora di livello. A differenza della finale femminile, davvero modesta, si è visto del vero super-tennis. Wawrinka non ha trionfato perché Djokovic non si è espresso al meglio. Stan The Man ha alzato l’asticella del Roland Garros. Se Nole vorrà la Coppa dei Moschettieri dovrà migliorare ancora. E visto il tennis eccellente che ha mostrato quest’anno, non sarà lavoro da poco.

Va detto però che forse mai come oggi Nole è entrato nel cuore del pubblico, che gli ha riservato un applauso molto più caldo e lungo di quello attribuito al vincitore. Può parere strano ma è stato perdendo , dopo aver lottato con tutte le forze, che Djokovic ha trasmesso la sua umanità e autenticità. Il lungo abbraccio all’avversario ( un amico per lui) che lo aveva battuto, lo sguardo pieno di sincera ammirazione, gli hanno strappato via la maschera di “cannibale” perfetto. Sempre troppo perfettino, efficiente, sorridente e con la battuta pronta per sembrare vero.

Lì, su quel campo rosso, battuto nettamente quando sognava l’impresa, inopinatamente simile a tutti noi che perdiamo e (solo di rado) vinciamo, è parso in tutta la sua grandezza. Un campione che con il Grande Slam sciolto in mano come un bambino col gelato troppo grande, è stato davvero abbracciato forte dalla gente che non smetteva di battergli le mani. E non ha saputo trattenere le lacrime.

Tornerà il prossimo anno per provare a prendere quella Coppa che gli manca. Con il grande match di oggi ha contribuito a renderla ancora più preziosa.