-
Archivio News

SI FA PRESTO A DIRE CHALLENGER: CHIEDETE A BERRETTINI

Durante l’anno, anche nel circuito secondario, ci sono tornei più ‘tosti’ degli altri

di Enzo Anderloni | 23 marzo 2019

Durante l’anno, anche nel circuito secondario, ci sono tornei più ‘tosti’ degli altri. E gli italiani adesso sono protagonisti anche lì: Berrettini ha conquistato quello di Phoenix, dove c’erano 16 Top 100 e Goffin era la ‘uno’

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

È come un 250, ma non vale un 250. La prima edizione dell’Arizona Tennis Classic, il Challenger di Phoenix incastonato durante la seconda settimana di Indian Wells che Matteo Berrettini ha vinto in finale su Mikhail Kukushkin, presentava un’entry list da torneo decisamente superiore, con sedici top 100 come teste di serie. La prima era David Goffin, numero 21 del mondo, battuto in rimonta nei quarti da un Salvatore Caruso nella sua miglior versione di sempre. L’ottava, Taro Daniel, numero 71 del mondo al momento della compilazione del tabellone, sarebbe rientrato nel seeding di tre Atp 250 di quest’anno: sarebbe stato numero 5 a Pune, numero 8 a New York e San Paolo. L’ultima, Ilya Ivashka, era numero 96.

Match-point salvato
Berrettini ha vissuto un curioso déjà-vu a un anno di distanza. L’anno scorso, infatti, nella stessa settimana, era arrivato in finale nel Challenger di Irving: tabellone a 32 giocatori, Sugita prima testa di serie (n. 40), Fabbiano ottava (n. 77). Perse in finale proprio contro Kukushkin.

Eppure, ha raccontato, non era arrivato troppo ispirato o carico a inizio torneo. Ma al Country Club di Phoenix, fondato nel 1899, sede storica di un torneo di golf che ha animato la vita sportiva della città dal 1932 al 1986, via via ci ha preso gusto. Inizia con il doppio 6-1 a Kovalik, vince cinque dei sei game lottati contro il tedesco Gojowczyk, che gli aveva dato 6-2 6-2 a Doha l’anno scorso, poi supera Sonego e Andreozzi senza concedere nemmeno una palla break. Il primo set della finale è l’unico che cede nel torneo: contro Kukushkin vince meno punti, ma conquista l’unico che conti più di tutti, l’ultimo. Salva un match-point con una prima in kick che porta il kazako a sbagliare la risposta. Kukushkin, che gioca piattissimo e toglie ritmo, non è avversario facile per un giocatore con le caratteristiche del romano. Berrettini però piazza 12 ace e lotta, soprattutto di testa. Porta a 7-5 il bilancio nei tie-break di quest’anno e vince la quinta partita delle sei concluse al tie-break decisivo dal 2017.

Atp mascherati
E l’importanza di una settimana così non si misura solo con i 125 punti che il romano ha guadagnato in classifica, il bottino massimo per un Challenger nel 2019. Nella ridefinizione del calendario, infatti, le categorie dei tornei del circuito non si basano più sul prize money ma sui punti assegnati al vincitore, esattamente come per il calendario Atp: si parla di Challenger 80, 90, 100, 110, 125. Phoenix è il terzo dei Challenger 125 in calendario, dopo Newport (giocato durante la seconda settimana dell’Australian Open) e Indian Wells, andato in scena prima del Masters 1000: solo tre e cinque, rispettivamente, i top 100 iscritti quest’anno.

I Challenger (dalla categoria “90” in su) che si giocano quando non c’è contemporaneità con eventi Atp o durante la seconda settimana di Miami, Indian Wells e degli Slam, godono di più libertà. Ovvero, possono offrire più wild card ai tennisti compresi tra l’undicesima e la cinquantesima posizione nel ranking, i cui nomi siano stati approvati dal Supervisor.
Per i Challenger 110 e 125, il numero di inviti “di prestigio” raddoppia da due a quattro. Aumenta così il prestigio del draw di tornei come Prostejov sul rosso (quest’anno un Challenger 100), o Surbiton, apertura della stagione sull’erba, fissati durante la seconda settimana del Roland Garros. O di un altro classico come Braunschweig, in Germania, un ritorno anticipato sulla terra per chi esce durante la prima settimana di Wimbledon, che l’anno scorso presentava cinque top 100 tra gli iscritti.
Tornei che somigliano spesso agli ATP 250. Nonostante si ostinino tutti a chiamarli Challenger.