-
Archivio News

OLTRE I DUE METRI… È TENNIS D'ALTA QUOTA

L’esplosione di Reilly Opelka, 21 anni, 2 metri e 11, che ha vinto il suo primo Atp a New York e bussa alle porte dei Top 50, ci ricorda che ...

di Enzo Anderloni | 02 marzo 2019

L’esplosione di Reilly Opelka, 21 anni, 2 metri e 11, che ha vinto il suo primo Atp a New York e bussa alle porte dei Top 50, ci ricorda che nel tennis di vertice c’è sempre stato spazio per i giganti. Tra i Top 10 di oggi, 5 superano i 198 cm

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

L’altezza è mezza bellezza, dicono. Ma è anche mezza vittoria nel tennis di questi tempi. Gli “spilungoni”, i grandi battitori, hanno sempre diviso i tifosi, almeno dai tempi di Amaya e Pfister, l’ultima coppia americana in finale di doppio al Roland Garros (vinsero il titolo nel 1980) prima di Ryan Harrison e Donald Young nel 2017. I “bombardieri” dall’ace facile hanno finito per prendere sempre più piede, e l’inizio di questo 2019 sembra andare ancor di più in questa direzione. La presenza di quattro giocatori alti più di due metri (Opelka, Karlovic, Isner e Anderson) e di altri otto alti 198 cm (Sascha Zverev, Del Potro, Cilic, Khachanov, Medvedev, Querrey, Jarry, Vesely) tra i primi cento del mondo è sicuramente un segnale.

La finale più… alta
Due dei quattro “giganti” sopra i due metri ha vinto già un titolo quest’anno, e solo Isner non ha ancora giocato una finale. A Pune, Kevin Anderson (203 cm) ha sconfitto Ivo Karlovic (211 cm) nella finale più “alta” nella storia dell’era Open. È esploso Reilly Opelka, il gigante Usa alto due metri e undici che ha vinto a New York il primo titolo ATP. In semifinale aveva eliminato John Isner, contro cui aveva già celebrato all’Australian Open il primo successo su un top 10 in carriera. Lo statunitense, dopo una deludente stagione australiana, ha comunque centrato due semifinali di fila, a New York e Delray Beach.

Ace salva break
Certo, i centimetri non ‘dicono’ tutto, altrimenti non si spiegherebbero i successi di Thomas Fabbiano (un metro e 73) su Opelka a Melbourne o di Daniel Evans (un metro e 75) in semifinale a Delray Beach contro Isner. Ma in un tennis in cui si decide tutto o quasi nei primi quattro colpi, poter contare sul servizio costituisce un innegabile vantaggio. L’analisi di Craig O’Shannessy, guru della match analysis, sul sito dell’ATP rivela che tra il 2015 e il 2018 Isner ha salvato un terzo delle palle break con un ace. L’unico che gli arrivi vicino è Ivo Karlovic (31%), il recordman di ace nel tennis maschile, anche se i dati vengono registrati solo dal 1991 e non prendono in considerazione i match di Coppa Davis.

Assi nella manica
Quest’anno, i quattro “giganti” tra i top 100 hanno ottenuto più di un punto su quattro al servizio con un ace. Anderson, che ha giocato solo sei partite tra ATP e Slam, solo il 26%; Ivo Karlovic il 38,2%, John Isner il 42,6% e Reilly Opelka addirittura il 43%. Un elemento che da un lato testimonia la forza della ‘prima’, dall’altra evidenzia una dipendenza dal servizio che contro avversari efficaci in risposta potrebbe condizionarlo negativamente. Il giovane statunitense, che ha la media più alta di ace a partita in carriera a livello ATP (20,4), ne ha piazzati 43 a New York sia in semifinale, sia in finale contro il canadese Brayden Schnur, e in media ne ha serviti 31 a partita nel torneo. Anche se, considerando solo il 2019, la sua media di 29,3 non è la più alta nel circuito Atp: Karlovic, infatti, sfiora i 30. Isner (26,1) è l’unico altro giocatore a superare i 25 a partita in questa stagione.

Essere alti aiuta a vincere?
Essere alti, però, aiuta a vincere? La classifica ATP suggerirebbe di sì. Questa settimana la top 10 presenta due tennisti alti più di due metri, Anderson e Isner, e cinque sopra i 198 centimetri. Il servizio potrebbe tornare il colpo di inizio gioco più influente da qui a qualche stagione: prepararsi una risposta… pronta.