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L'ULTIMO RUGGITO DI SIR ANDY MURRAY

In Australia aveva raggiunto le sue prime due finali Slam (2010 e 2011), ora ha salutato tutti con le lacrime agli occhi, prima in conferenza stampa e poi in campo

di Enzo Anderloni | 19 gennaio 2019

In Australia aveva raggiunto le sue prime due finali Slam (2010 e 2011), ora ha salutato tutti con le lacrime agli occhi, prima in conferenza stampa e poi in campo. Dove ha lottato fino all’ultimo, come ha sempre fatto

di Alessandro Mastroluca - foto Getty Images

L’intelligenza del campione. Forse finisce qui, Andy Murray, forse reggerà qualche altro mese anche se camminare o allacciarsi le scarpe saranno una sofferenza, per salutare a Wimbledon. Oppure deciderà di operarsi, per sentire meno dolore e poi chissà. La sconfitta contro Bautista-Agut, l’affetto commosso e commovente, le lacrime che gli sono scese nell’ultimo game del primo turno hanno lasciato sentimenti contrastanti. Ma è chiaro, chiarissimo il segno che lascerà Andy Murray, per troppo tempo ridotto a Ringo Starr dei Fab Four nella fortunata analogia con i Beatles. L’ossessione nell’andare oltre il limite è quella dei grandissimi. Un desiderio che nell’era di Djokovic, Federer e Nadal significa spinger quel fisico a prove di resistenza che con gli anni finiscono sempre per presentare il conto. Così si è guadagnato il loro rispetto, tre titoli dello Slam e due ori olimpici, la storica Coppa Davis del 2015 per una Gran Bretagna che mai fu così scozzese (Andy, il fratello Jamie, il capitano Leon Smith).

Una conferenza stampa molto amara
È amara l’ammissione in conferenza stampa, dopo la sconfitta. “A volte ho fatto troppo, ma è difficile cambiare perché quando inizi ad allenarti in un certo modo e ottieni risultati, è facile pensare che sia quello a darti il successo. Vorrei aver fatto scelte diverse, ma è stata anche colpa mia. Spesso non mi sono fermato quando qualcuno mi diceva di fare qualcosa. Avrei dovuto dire di no, invece ho sempre cercato di fare quel che mi veniva detto. È stato un errore”.

Quella rincorsa sfiancante del 2016
Certo, non sembrava tanto un errore provarci, a qualunque costo, nell’estate del 2016. Il duello con Djokovic, che l’ha battuto in finale all’Australian Open, attraversa tutta la stagione. Murray perde in finale a Madrid, vince al Foro Italico nel giorno del compleanno numero 29, perde ancora a Parigi ma diventa il primo britannico in finale al Roland Garros e il decimo tennista ad averne giocata almeno una in tutti i major nell’era Open. Djokovic raggiunge Fred Perry, Don Budge, Rod Laver, Roy Emerson, Andre Agassi, Roger Federer e Nadal, gli unici ad aver vinto tutti gli Slam. Dopo il Roland Garros, ha quasi il doppio dei punti di Murray, che è numero 2: 16.950 contro 8.915.

Ma è in quel momento che nello scozzese scatta qualcosa. Il serbo è appagato, Murray si accende. È il primo a conquistare cinque titoli al Queen’s, a Wimbledon batte al quinto Tsonga e piega due top ten, Berdych e Raonic: è il suo terzo titolo negli Slam. La rincorsa è lanciata. Si prende un posto nella storia a Rio, diventa il primo tennista con due medaglie d’oro alle Olimpiadi: è memorabile la finale contro un Del Potro generoso che si arrende dopo oltre quattro ore di partita. Sarà quella, dirà a fine stagione, la sua vittoria più speciale dell’anno. “È stata una partita durissima, la finale che mi ha dato più soddisfazioni, poi ho avuto anche l’onore di essere portabandiera alla cerimonia d’apertura” spiega.

Tra il 14 giugno e il 21 agosto vince 22 partite di fila, la sua striscia più lunga di sempre. Si ferma a Cincinnati contro Cilic, il primo avversario diverso da Djokovic ad averlo battuto in finale da Wimbledon 2012.

Numero 1
Dopo i quarti allo Us Open, Murray vince 24 set di fila, incastona tre titoli a Pechino, Shanghai e Vienna. Ma è Parigi il luogo della storia, che si realizza però nel modo più surreale, grazie al forfait di Raonic in semifinale a Bercy. Batterà Isner in finale, conquisterà il 14° Masters 1000 della carriera, ma passa tutto in secondo piano. Sette anni e 82 giorni dopo essere arrivato per la prima volta al numero 2 del mondo, Murray diventa numero 1: nessuno nella storia del tennis maschile ha mai aspettato così tanto per compiere quell’ultimo passo verso la gloria. Solo 25 giocatori erano arrivati in vetta al ranking prima di lui, solo il baffuto australiano John Newcombe era più anziano quando ha raggiunto per la prima volta il numero 1: era il 3 giugno 1974, aveva già compiuto 30 anni. “È una soddisfazione incredibile, è un’impresa straordinaria quando davanti hai tre dei giocatori più forti di sempre. Anche quest’anno ho dovuto vincere un’infinità di partite per essere davanti a Djokovic”, commenta dopo la certezza del sorpasso.

Che impresa!
Il margine di 405 punti non gli basta, però, per essere sicuro di rimanere numero 1 a fine anno. Si decide tutto alle ATP Finals. Murray batte Kei Nishikori, Stan Wawrinka, Milos Raonic in semifinale dopo aver salvato un match point e completa la sua annata speciale contro Djokovic in finale. È la 24a vittoria di fila. Nessun numero 1 dopo Ivan Lendl nel 1986 aveva sconfitto tutti gli avversari classificati dal secondo al quinto posto in una sola edizione del Masters. In tutto il 2016, Murray ha vinto 9 tornei e perso quattro finali, ha ottenuto 79 vittorie e 9 sconfitte e completato almeno un break in tutte le 87 partite giocate. È arrivato al numero 1 in un anno in cui gli infortuni hanno fermato Federer dopo Wimbledon e Nadal dopo lo Us Open. “Sarebbe stato meglio se Roger e Rafa fossero stati in condizione quest’anno”, commentò Murray, da numero 1.

“Il momento non è ancora arrivato”
Ma il suo è un segno più ampio delle sole vittorie. Quando scelse Amelie Mauresmo come coach, tra il 2014 e il 2016, contribuì a dare un segnale forte al mondo maschilista del tennis, abituato al massimo a vedere madri o mogli al fianco dei campioni, in casi celebri anche come coach (Jimmy Connors su tutti). Fare quel passo in materia di uguaglianza di genere, ha detto Mauresmo all’Equipe dopo la preoccupata conferenza di Murray alla vigilia del torneo in cui annunciava il suo possibile addio al tennis, lo rende un campione oltre lo sport. “Scegliermi come coach non fu una mossa di facciata. Era una sua profonda convinzione, che gli deriva dalla sua istruzione, dall’avere una mente aperta. Non ha paura della sua sensibilità, anzi. Credo che sia stato sottovalutato come uomo, non come giocatore”. Forse ha ragione Billie Jean King, che ha affidato a Twitter il pensiero dopo quella commossa conferenza stampa: forse il momento in cui Murray avrà il suo impatto maggiore nelle vite degli altri non è ancora arrivato.