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BERRETTINI RACCONTA TUTTO: "DICONO CHE STO DIVENTANDO GRANDE"

Matteo Berrettini, 22 anni, rivive lo splendido 2018 che l’ha visto salire dal n

di Enzo Anderloni | 29 dicembre 2018

Matteo Berrettini, 22 anni, rivive lo splendido 2018 che l’ha visto salire dal n.135 al 52: il 1° Slam, l’ingresso tra i Top 100, il 1° Wimbledon, il 1° titolo Atp. E poi la superficie preferita, la racchetta, il coach e quello in cui crede

di Enzo Anderloni - foto Getty Images e A. Costantini

Un giocatore che chiudesse la carriera avendo vinto un titolo Atp e raggiunto il n.52 della classifica mondiale sarebbe inserito di diritto nella storia del nostro tennis. Da quando esistono le classifiche computerizzate solo in 22 avrebbero fatto meglio di lui. Solo altri 22 potrebbero vantare di aver conquistato un alloro nel circuito professionistico. Questi due traguardi Matteo Berrettini li ha tagliati al suo primo anno nel circuito d’élite del tennis mondiale, affrontato il primo gennaio di quest’anno da ventunenne appena uscito dal mondo Next Gen e n.135 del ranking.
Dopo neanche 12 mesi il Matteo Berrettini (22 anni compiuti il 12 aprile) che si ritrova a Milano con gli altri componenti del team agonistico Head, sembra un veterano. L’altezza in classifica fa statura ancor più del suo metro e 96 e gli altri ragazzi lo guardano e lo ascoltano con quel minimo di soggezione che vien spontaneo quando hai a che fare con qualcuno che percepisci come “più grande”.
Lui non se la tira, ha l’aria ‘scialla’: l’imperio lo senti mentre prova le racchette sul campo. Il rumore che fa la palla suo piatto corde è l’esplosione di un petardo. Altro che “pof, pof”. Ciononostante il senso antico del tennis l’ha capito benissimo: piedi per terra, testa sulle spalle. Basta sentirlo raccontare di questa prima annata… da grande.

C’è stata una partita-chiave che ti ha fatto capire che stavi facendo il salto di qualità?
“Durante la stagione ci sono state tante partite importanti. Sicuramente iniziare bene a Doha è stato fondamentale. Mi sono qualificato e ho vinto il mio primo match Atp contro Viktor Troicki, un giocatore di tutto rispetto (n.55, ndr). Lì mi sono detto che potevo fare le cose fatte bene, potevo fare una grande stagione. Non mi sarei certo aspettato il primo titolo Atp o una partita vinta al quinto set a Wimbledon contro Jack Sock. Ci sono state poi tanti match emozionanti: quella che ricordo con maggior piacere ovviamente è la sfida contro Roberto Bautista Agut a Gstaad che mi ha dato la possibilità di vincere il torneo”.

Il primo Slam non si scorda mai. Sei entrato per la prima volta nel tabellone principale a Melbourne…
“È stata un’emozione grandissima anche perché è arrivato dopo una delusione grandissima. Quella di aver perso all’ultimo turno di qualificazioni contro Dennis Kudla, dopo aver avuto due match-point. Mi hanno ripescato come lucky loser e sono passato dallo stare malissimo a essere molto contento. La partita del primo turno contro il francese Mannarino (n.27 ndr) è stata molto difficile. Ho perso tre set a zero. Non mi ha mai dato modo di ‘montargli sopra’, di ‘fargli male’. Però sono uscito dal campo consapevole che quello era il mio livello. Che potevo giocare delle buone partite e che quel tipo di match mi sarebbero servito per migliorare. Comunque la sensazione più particolare di uno Slam è dover affrontare un match tre set su cinque. Per esempio quest’anno in Australia c’erano giorni in cui faceva molto caldo e non sapevo bene come gestire le energie, perché non si possono giocare 5 set sempre al 100% dell’intensità. È stata una buona esperienza per gli Slam successivi e sono stato contento della mia condizione fisica perché non mi sono sentito mai stanco o in difficoltà. Certo, si percepiva anche un’aria diversa rispetto a un qualunque torneo Atp”.

Entrare per la prima volta tra i Top 100: ci sei riuscito dopo aver vinto il Challenger a Bergamo e aver raggiunto la finale ad Irving, Texas. Che effetto fa?
“Entrare tra i primi 100 del mondo è stata una cosa molto significativa per me perché mi ricordo che quando ero piccolo e iniziavo la mia carriera agonistica era il traguardo che mi ero posto e che in qualche modo tutti sognano. È difficile dire a 15 anni ‘voglio diventare n.1 del mondo’. Magari lo dici ma è un sogno estremo. Io mi sono sempre considerato uno con i piedi per terra e quello dei primi 100 era un obiettivo che potevo rincorrere e che volevo rincorrere. Quando è arrivato, l’emozione è stata fortissima. Un’emozione doppia perché sono riuscito a superare il mio allenatore (Vincenzo Santopadre, ndr) e questa è una cosa che gli rinfaccerò a vita” (ride, ndr).

Guardiamo verso i Top 10: quest’anno ne hai affrontati due, Zverev a Roma e Thiem al Roland Garros. Sui campi d’allenamento li avrai anche avuti spesso vicino. Che cosa fa, secondo te, la differenza tra loro e i Top 50, Top 100?
“Oltre alla differenza tecnica che uno percepisce (oltre ad affrontare Zverev e Thiem mi sono allenato più di una volta con Cilic), la differenza è la mentalità. Con Zverev e Thiem, specie nei primi set, la partita era molto tirata. Anche se giocavano contro un semi-sconosciuto, al primo anno nel circuito Atp non hanno mai fatto mezza smorfia, non avevano l’aria di dire ‘come faccio a dover lottare contro uno così…’. Hanno sempre dato il massimo e sono riusciti, man mano che il match andava avanti, a migliorare, ad alzare il livello. Questa è la grandezza della loro mentalità: saper affrontare tutti i match allo stesso modo, senza prendere sotto gamba nessuno e, nel momento di difficoltà, riuscire a cambiare marcia facendoti sentire perché loro sono tra i primi 10”.

Dopo aver giocato in tabellone tutti e quattro gli Slam puoi dirlo con cognizione di causa: qual è la tua superficie preferita?
“Oggi credo sia ancora la terra battuta. Come caratteristiche e per come sto lavorando credo di poter diventare uno che darà il suo massimo sul cemento, sui campi duri. In questo momento però sulla terra ‘veloce’, come a Gstaad o a Roma e Parigi mi trovo molto bene perché ho un po’ più di tempo, il mio diritto fa ancora più male e le variazioni con il servizio pagano ancora di più. In questo momento se dovessi giocare la partita più importante della carriera sceglierei la ‘terra’. Ma non ho paura di giocare sul duro: anzi quando mi ci trovo mi adatto bene. L’erba è il tipo di campo su cui ho fatto più fatica, anche perché è il più raro sul circuito e non ci giocavo da 4 anni, da quando avevo partecipato al torneo di Wimbledon under 18. Mi ci è voluto un periodo di adattamento. Però queste sono esperienze importanti. A quelle vissute nel 2018 si aggiungeranno quelle dei prossimi anni. C’è sempre da imparare qualcosa di nuovo. Questa è la filosofia del mio team e credo che sia quella giusta per puntare ancora più in alto”.

Il primo Wimbledon è coinciso con la vittoria contro il giocatore con classifica più alta della tua annata: Jack Sock era n.15 quando l’hai battuto. Che cosa ti rimane di quel tuo primo Wimbledon?
“Avevo ancora un ricordo bellissimo ma un po’ amaro di Wimbledon Junior: avevo perso 14-12 al terzo con Rublev, una partita giocata molto bene… Però mi ricordavo un’atmosfera pazzesca. Non vedovo l’ora di tornare. Di ributtarmi su quei campi. Perché in effetti su quell’erba ci si tuffa spesso… (ride). Con Sock è stata una partita durissima: ho perso al tie-break i primi due set e mi ricordo che nel primo avevo servito per il set. Insomma sembrava che il match stesse scivolando dalla sua parte. Sono stato bravo a rimanere lì, a rimanere agganciato. Non volevo farmi sfuggire quell’opportunità di poter giocare fino alla fine e sono stato molto contento. Solo dopo ho realizzato quello che era successo. È stato bello poi avere un ricordo così emozionante. Wimbledon è molto particolare: si respira un’aria diversa. C’è un silenzio e un’atmosfera che non ci sono negli altri Slam. Non che siano più brutti, ma l’atmosfera è diversa. Il fatto di vestirsi tutti di bianco, il fatto che ci sono regole particolari: chi viene a vedere il torneo è come se fosse più rispettoso di quello che sta vedendo, come se assistesse a uno spettacolo, non a un gioco. Questa è la cosa che fa la differenza. E tutte le persone dello staff ne sono consapevoli e contribuiscono ad aumentare questa particolarità”.

Da Wimbledon alla tua prima vittoria nel circuito Atp, Gstaad…
“La mia prima vittoria Atp… è quasi strano pensarci. Stavamo parlando prima del mio primo match vinto: era gennaio. A luglio ho conquistato il mio primo titolo. Mi fa strano dirlo. Adesso sto incominciando a pensarci e sto cominciando a realizzare. Sicuramente non mi aspettavo di vincere il torneo. Anzi, mi ero iscritto come priorità ad Amburgo. Però ho visto le liste, ho visto che là non sarei entrato e allora ho deciso di andare a Gstaad. Sono arrivato senza allenatore: con un mio amico, che è maestro di tennis. ma non è il mio coach, e con la mia ragazza. Ho affrontato la settimana molto rilassato. Venivo da una sconfitta brutta a Bastad, con un lucky loser: avevo giocato una brutta partita. Vincenzo, il mio allenatore, mi aveva detto prima del torneo: ‘gioca il meno possibile. Basta che ti abitui alle condizioni. Se giochi alla mattina, il pomeriggio non tornare in campo per allenarti’. Avevo anche il doppio, quindi sarebbe stato ancora più complicato. Ho vissuto tutto in modo rilassato. Mi sono divertito. Vivevo ogni giorno con serenità: questa è stata la chiave del successo. Non ho mai sentito pressione, tensione: è sempre stato un divertirsi. Uno svegliarsi alla mattina e godersi quello che stava succedendo. È ovvio che è difficile ricreare un clima simile in tutte le settimane perché ci sono tornei cui tieni di più, altri in cui sei più nervoso… È difficile. Ma quando uno si sente a suo agio, anche gli eventuali punti persi è come se non influissero nel gioco. Tu vai avanti, sei convinto di quello che stai facendo e i risultati arrivano”.

Che rapporto hai con la tua racchetta?
“La mia racchetta è molto particolare, è una Head Extreme. Nel circuito non si vede molto spesso però i giocatori che la usano si trovano molto bene e non hanno mai cambiato. Ho provato anche gli altri modelli Head ma le sensazioni che mi dà questa, lo spin che riesco a imprimere, non me lo dà nessun’altra. Ci gioco da quando avevo 12 anni, quindi tutti i miei ricordi tennistici sono legati a lei. Qualche volta è stata spaccata… (ride) Ma mi ha aiutato tanto. Il fatto che da quando ero piccolo la Head mi è sempre ‘stata dietro’, mi abbia sempre aiutato, in qualsiasi circostanza, fornendomi tutto quello di cui avevo bisogno, mi ha fatto sempre sentire a casa. Non mi ha mai fatto sentire in difficoltà: anche quando dovevo partire per qualche torneo all’ultimo secondo, il materiale è sempre arrivato in tempo. Quando ho fatto qualche richiesta particolare, qualche racchetta in più, del materiale in più, sono sempre stati disponibili. Questa è una cosa che mi porto dentro, che mi fa essere felice di essere nel team e di portare il marchio Head in giro per il mondo perché credo che la qualità faccia la differenza ma la qualità delle persone e dello staff, di tutti quelli che lavorano per la Head, sia il vero punto di forza. Mi sono sempre sentito benissimo con loro”.

E con il tuo coach com’è oggi il rapporto? È cambiato nel tempo?
“Il mio coach (Vincenzo Santopadre, già n.100 Atp, ndr) è più di un coach. È una figura che mi ha aiutato a crescere, ovviamente sotto il profilo tennistico, ma anche nella vita. Ho passato più tempo con lui che con i miei genitori negli ultimi anni. Ho affrontato tante situazioni, tanti infortuni… situazioni scomode. È stato un punto di riferimento in tutto questo periodo e lo è ancora. La cosa più bella è che siamo partiti che avevo 14 anni e non avremmo mai pensato che tutto questo sarebbe potuto succedere. Anche il rapporto è cambiato nel tempo: prima ero un ragazzino, adesso dicono che sto diventando un uomo (ride) quindi è diverso il rapporto tra di noi. C’è grande stima. Siamo prima di tutto amici e poi allenatore e giocatore. Sicuramente senza di lui non sarei quello che sono adesso come persona e come giocatore. E non avrei gli ideali che mi porto adesso in campo”.