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PERCHÉ IL 2019 PUÒ ESSERE L'ANNO DELLA NUOVA RUSSIA

L’esplosione del gigante Khachanov che batte Djokovic a Bercy

di Enzo Anderloni | 15 dicembre 2018

L’esplosione del gigante Khachanov che batte Djokovic a Bercy; la conferma del bomber Medvedev vincitore a Tokyo, il ritorno del ‘principino’ Rublev che ha affascinato Milano: a Mosca sono pronti a rivivere l’era di Kafelnikov e Safin

di Alessandro Mastroluca - foto Getty images

Libertà di spirito e forza di volontà, gusto per la velocità e un senso di inafferrabilità. Sospeso tra dubbio e desiderio di grandezza, il tennis russo aveva vissuto esistenziali euforie nella stagione del Principe Kafelnikov prima e del gigante Marat Safin poi, che si annunciò al mondo conquistando gli Usa con un Blitzkrieg, una campagna lampo, e una finale senza storia contro Pete Sampras nel 2000. Ma dopo i grandi successi della prima decade degli anni Duemila, il riflusso. L’attenzione e l’interesse si sono andati sgonfiando. Anche i finanziamenti. Alcuni hanno cercato fortuna e risorse altrove, spesso nelle repubbliche ex sovietiche (vedi Uzbekistan, Kazakistan…). Il ‘soldato’ Mikhail Youzhny, ultimo Top 10 e compagno in Davis di Safin nel trionfo del 2002, si è ritirato lo scorso settembre nella ‘sua’ San Pietroburgo.
Nel frattempo i giovani migliori erano andati a perfezionarsi lontano. E sono cresciuti. Fortissimi. Pronti a rilanciare la sfida.

La Nuova Grande Russia
La Nuova Russia del tennis maschile, che già nel 2019 può recitare una parte da grande protagonista, oggi va cercata fra Cannes e Barcellona, dove fanno base Daniil Medvedev e Karen Khachanov, chiamati a dare continuità alla miglior stagione in carriera.

Khachanov, che ha sostituito coach Galo Blanco con Vedran Martic senza però spostarsi dalla Spagna dove ha fatto squadra con Fernando Vicente e Andrey Rublev, ha vinto nel 2018 più partite nel circuito maggiore (46) che in tutto il resto della sua carriera. Ha aumentato da 7.9 a 9.9 la media di ace a partita rispetto al 2017, e del 2% la resa in termini di punti con prima e seconda. L’aumentata fiducia nella resa del servizio ha rappresentato il fattore chiave che l’ha condotto, insieme ai dodici vincenti di dritto, a dominare Novak Djokovic nella sua prima finale in un Masters 1000 a Parigi Bercy.

I margini di Khachanov
Nella velocità di un percorso lineare che non cede alle tentazioni della precocità si manifestano chiari anche i margini, ancora ampi, di miglioramento. E si inscrivono nella ricerca della continuità con la ‘seconda’, i tre doppi falli nel tie-break del terzo set nella rivelatrice battaglia persa contro Nadal allo Us Open, nell’efficacia in risposta (quest’anno è solo 28mo nel circuito Atp in questo aspetto del gioco, con il 28,5% di punti contro la prima e il 51,4% contro la seconda), nella sicurezza da rendere compagno di viaggio non occasionale nei tie-break e nei set decisivi. E proprio le due partite chiave della stagione, contro Nadal e Djokovic, raccontano come la solidità possa alimentare sia il suo tennis aggressivo nelle soluzioni rapide sia portarlo a reggere il ritmo con la potenza dei colpi di sbarramento. Senza perdere troppo campo in difesa, là dove in passato l’apertura ampia del dritto lo portava ad arretrare e accorciare.

Daniil Medvedev, martellatore creativo
L’esplosività di Daniil Medvedev, che conserva un tennis fatto anche di improvvisazione creativa (sintetizzata nella volée contro Federer a Shanghai inevitabile candidata a punto dell’anno), pur non essendo certo tra i migliori battitori del circuito, ha servito con una martellante continuità nel percorso verso il più importante titolo in carriera, a Tokyo.
Come rivela Craig O’Shannessy sul sito dell’ATP, Medvedev è salito 40-0 in 24 dei 49 turni di battuta nel torneo, una media molto superiore al suo complessivo rendimento stagionale, e ha servito 32 ace rispetto ai soli 8 doppi falli. Ha spostato molto in alto anche l’efficacia con la ‘seconda’ in quella settimana, con il 65% di punti vinti che oscura il 51% della media stagionale. I progressi, evidenti anche in risposta rispetto all’anno scorso, non sembrano però aver ancora raggiunto il punto di massima efficienza: in fondo, ha vinto solo il 28% di punti contro la prima e il 51,4% contro la seconda quest’anno.

Principino Rublev rinato
La strada, però, è segnata. La rinascita del frenetico ‘principino’ Andrey Rublev alle Next Gen Atp Finals (3° assoluto dopo un’annata condizionata dagli infortuni) diventa così il terzo indizio nella ricostruzione di un orizzonte di gloria per una nazione che al tennis, a lungo considerato sport troppo borghese, ha concesso un’occasione grazie alla passione di un presidente-giocatore come Boris Eltsin. Il suo personale maestro, Shamil Tarpischev, da presidente della federazione, capitano di Coppa Davis e poi di Fed Cup, ha attraversato il miglior periodo del tennis russo. Erano anni di grandi successi al femminile e di “grandi acquisti”, del Kazakhstan che attirava Andrey Golubev e Mikhail Kukushkin, Evgeny Korolev e Yuri Schukin, Yaroslava Shvedova e Galina Voskoboeva (e la lista potrebbe continuare) con la promessa mantenuta di soldi, appoggi, strutture all’avanguardia. I successi della nouvelle vague potrebbero spostare gli orizzonti di una Russia in cui si può solo credere.