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ZVEREV IL TERRIBILE FA SCOPPIARE LONDRA

Il 21enne tedesco si conferma come il più credibile tra i giovani successori di Federer, Nadal e Djokovic

di Enzo Anderloni | 19 novembre 2018

Il 21enne tedesco si conferma come il più credibile tra i giovani successori di Federer, Nadal e Djokovic. Con l’aiuto di Ivan Lendl, ha imparato a gestire la pressione e a dare il massimo nei momenti che contano

di Andrea Nizzero - foto Getty Images

“Penso che i risultati con Lendl arriveranno il prossimo anno”, aveva detto Sascha Zverev a New York, lo scorso 2 settembre. Con Ivan al suo fianco da una decina di giorni, il tedesco aveva appena perso al secondo turno degli US Open dal suo connazionale Kohlschreiber, in modo piuttosto deludente. Ora sappiamo che si sbagliava: i risultati sono arrivati prima, all’ottavo torneo da quando l’ex numero 1 del mondo ha ceduto ad un corteggiamento durato mesi. Il trionfo alle ATP World Tour Finals non è certamente un punto d’arrivo: “L’ho preso per fare bene negli Slam”, ammise candidamente il 21enne nella stesso post-sconfitta citato sopra. Allo stesso tempo, però, è un successo che - comunque vada - rimarrà fondamentale nella carriera di Sascha e che inevitabilmente scuote tutto il carrozzone dell’Atp: dopo il fuoco a salve della ‘Lost Gen’ - i nati nei primissimi anni ‘90 il cui unico grande titolo rimane il Master dello scorso anno vinto da Dimitrov e rimasto senza seguito -, le classi dal ’96 in avanti stanno mettendo a segno colpi veri, che fanno male.
Lo sa Novak Djokovic, le cui uniche tre sconfitte da luglio in avanti sono arrivate per mano di Stefanos Tsitsipas (classe 1998) a Toronto, Karen Khachanov (1996) a Bercy e ora Zverev (1997). Il serbo certo non si dispererà, dopo gli ultimi sei mesi in cui si è riportato sull’Olimpo del tennis mondiale in modo prepotente, dopo i balbettii durati due anni.

La rivincita di Sascha
Eppure, non fatevi ingannare da sorrisi e frasi di circostanza, per quanto sincere: questa sconfitta, a uno come Djokovic, brucia eccome. Soprattutto dopo che aveva battuto agevolmente Zverev negli ultimi due incontri, a Shanghai il mese scorso e nello stesso torneo londinese qualche giorno prima. Nella fase a gironi, Nole aveva passeggiato lasciandogli 5 giochi. In finale, però, Sascha si è presentato con un piglio da campione: nel primo set ha messo l’86 per cento di prime palle in campo, con una media di 217 km/h e con la stessa percentuale di realizzazione del punto. Dati da metter paura anche a uno come Djokovic, che pure aveva impressionato fino alla finale: mai perso il servizio, appena 32 punti persi su 36 turni di servizio nel torneo. Nella differenza enorme che sta tra l’incontro del round robin e la finale si possono individuare i due punti fondamentali su cui poggerà la prossima stagione di Sascha: il talento di Lendl come coach, la capacità di Zverev di seguirne le indicazioni nei momenti che contano.

Obiettivo riposo
Tra le altre cose, Nole ha dieci anni quasi esatti (è nato a maggio, Sascha in aprile) più del suo avversario, ed esattamente dieci anni fa vinse a Shanghai il suo primo titolo alle Finals. All’epoca, che un 21enne vincesse Slam o Masters di fine anno faceva decisamente meno notizia. Nell’ultima decade però il tennis è cambiato non poco, diventando sempre meno uno sport per giovani e conoscendo per la prima volta nella sua storia un’epoca (questa) in cui tutti i vincitori Slam hanno almeno 30 anni. Zverev, durante la settimana londinese, ha sollevato ancora una volta un punto decisamente spinoso: la lunghezza del calendario che, combinato alla fisicità sempre crescente dello sport, è secondo molti uno dei motivi per cui i giovanissimi faticano a sfondare.
“Il problema non è la quantità di ore che giochiamo durante l’anno, ma è per quanto ci fermiamo. Anche se non stai giocando in un torneo, non puoi prenderti la settimana libera. Devi allenarti, prepararti”, ha detto Sascha, attirandosi forse più critiche che sostegno. L’aver giocato la Laver Cup - dietro lauto compenso - in uno dei pochissimi momenti dell’anno in cui avrebbe potuto riposare, non depone certo a favore della piena coerenza delle sue tesi. Non si può però dire abbia del tutto torto quando spiega: “Il mio discorso è che non abbiamo tempo per prepararci. Finiamo qua, andiamo in vacanza per dieci giorni (Maldive nel suo caso, ndr), poi ci alleniamo per due settimane, poi andiamo in Australia”. Zverev, che nell’ultimo biennio ha rappresentato una vistosa eccezione all’invecchiamento del tour, quest’anno non si è riposato molto: nel 2018 ha vinto 58 partite, come nessun altro sul circuito.

Onore a papà
A Londra ha vinto il quarto titolo della stagione dopo Madrid, Stoccarda, Washington. È già il decimo della sua giovanissima carriera, di gran lunga il più importante: “Ovviamente è abbastanza stupefacente, vincere questo torneo, battere di fila due giocatori come Roger e Novak, in semi e finale. Significa così tanto, sono incredibilmente felice e incredibilmente orgoglioso di questo momento”, ha detto Sascha in conferenza stampa dopo la vittoria. Dopo aver battuto Federer, alla quindicesima semifinale al Masters e anche lui giustamente “orgoglioso” di come sia ancora competitivo a 37 anni, si era addirittura beccato qualche fischio. Ingenerosi, certo, ma si sa: l’ordine costituito non potrà mai cadere senza un po’ di rumore. Del resto, non aveva tutti dalla sua parte nemmeno Andre Agassi, quando nel 1990 diventò l’ultimo giocatore prima di Sascha a vincere l’evento di fine anno battendo le prime due teste di serie (Becker ed Edberg). Se corsi e ricorsi storici sembrano assicurare a Zverev il futuro radioso che gli viene pronosticato da anni, attenzione a non dare troppi meriti a… Lendl: “Ovviamente ha analizzato il match che ho giocato con Nole qualche giorno fa”, ha voluto precisare Zverev nel post partita. “Ero più aggressivo oggi, ho cercato di colpire la palla prima. Ma mio padre è quello che mi ha dato la base. Mio papà è quello che mi ha insegnato il gioco del tennis. Mio papà ha più meriti di tutti”. Non deve preoccuparsi, Sascha. Che il tennis scorra nelle vene della sua famiglia, già lo sapevamo. E che nonostante tutto sia lui, e non Lendl, a vincere le partite, pure.